AUUUUHHH | Racconti Indigeribili

AUUUUHHH | Racconti Indigeribili

Scritto da Isabella Ballarini
Illustrato da Raffaele Assorto


AUUUUHHH

La prima volta non c’era neanche la luna piena. Mi trasformai così, guardando lo specchietto retrovisore della macchina. Vidi i fari dell’auto dietro di me riflessi nel vetro, rimasi a fissarli imbambolato. E poi niente, non ricordo niente. Il giorno dopo mi risvegliai in un fosso, la macchina uscita di strada e io coi vestiti strappati e la memoria resettata fin nel più piccolo ricordo.
Pensai a un incidente, ovvio. Magari avevo bevuto troppo, una curva presa male, l’auto che sbanda, ruote all’aria, cruscotto nel fango. Ma non si trattava di un incidente.
Me ne resi conto quando successe davanti allo specchio di casa. E quella notte sì che la luna splendeva nel cielo: bastò gettare un’occhiata fuori dalla finestra e le unghie di entrambe le mani cominciarono ad allungarsi. I canini a punta mi bucarono il labbro inferiore. Poi non so, credo di essere svenuto.
Sfatiamo un mito: i lupi mannari sono diversi da ciò che comunemente si crede. Non se ne vanno in giro come bestie a dare la caccia alla brava gente. Non sbranano. Non perdono il controllo delle proprie azioni. Restano persone normali, nell’animo, nel cuore.
Cambiano solo nel corpo. E non hanno nemmeno bisogno della luna per trasformarsi. Basta una qualsiasi fonte di luce: il fanale di un’auto, una torcia. Io andavo al lavoro, a comprare il giornale, in palestra, facevo tutte le cose che facevo prima e non avevo alcun problema.
Ma la notte… la notte era sua. Lui si muoveva nel regno dell’ombra. Scivolava nei vicoli, riempiva gli incubi di chiunque avesse paura di incontrarlo. Era il terrore allo stato primordiale.
A me la notte era sempre piaciuta: amavo guardare il cielo con le braccia posate sulla ringhiera del terrazzo. Osservare le luci del porto in lontananza, l’acqua nera del mare. Non li avrei visti mai più.
La terza volta rimasi cosciente. Cominciarono a ingrandirsi le unghie, i denti. Gli alluci sfondarono le scarpe nuove. I capelli lunghi, sempre più lunghi. Mi crebbero i peli sul viso. E sulle mani, sulle gambe. La mia vita era diventata un incubo senza fine. Non me lo meritavo: ero una brava persona, io. Avevo una bella famiglia, una sorella.
Se qualcuno si stesse chiedendo: ma i lupi mannari ululano? posso rispondere con un sì. Ululano eccome. Ma è l’unica cosa da lupo che fanno. Perché per il resto mantengono la coscienza di quello che erano prima. AUUUUHHH. Eccome se ululano cazzo. Me ne accorsi durante la mia quarta trasformazione. Saltai fuori dalla finestra, mi arrampicai sopra un muretto. Rimasti lì, aggrappato ai mattoni con gli artigli, i denti che si allungavano sempre più. Guardai in alto, il cielo, la luna. Sentii un movimento nelle viscere, un bisogno di buttare fuori il mio lato più oscuro e profondo. L’ululato si levò alto. Terrorizzai più di una persona, quella notte. Spaventai persino me stesso.
Perché essere lupo significava restare umano. Io avrei potuto guidare la macchina, salutare i conoscenti per strada. Entrare in un negozio e comprare un paio di scarpe. Ero in grado di parlare? Non so, non ci avevo mai provato. Però capivo tutto, anche l’orrore che suscitavo negli altri.
Smisi di uscire la sera. Addio alle cene fuori, alle sere calde d’estate. Ai tramonti, alla luce che se ne va. E nonostante tutto, mi trasformavo lo stesso. Bastava un riflesso che entrava nella stanza, oppure un semaforo. Una sera fu a causa della torcia elettrica. Tornai a casa, mi caddero le chiavi a terra, io accesi il cellulare per cercarle e... AUUUUHHH.
Maledetto mondo. Iniziai a odiarlo, certo. Una vita così non ha senso. Io non ho senso.
Quando decisi di farla finita, scelsi la notte. Lei mi aveva portato il lupo. Lei mi aveva tolto tutto.
E io avrei lasciato questo mondo proprio davanti ai suoi occhi da stronza.
Entrai nella palazzina in cui vivevo. Salii le scale. Il tramonto era già là, sulla linea bassa dell’orizzonte. Lo vedevo attraverso i vetri delle finestre, mentre andavo su. Vieni da me, lupo, pensavo. Arrivai fino alla botola che portava sul terrazzo. La aprii. L’aria della sera aveva odore di fresco. Misi i piedi sul cornicione. Il vento mi spostava i capelli. Aspettavo una luce, una qualsiasi. Vidi un’insegna lampeggiante sopra un edificio. Cosa rappresentava? Una pubblicità? La fissai. No, non era una pubblicità. Cos’era era? Un albergo? Sorrisi: sarei diventato lupo grazie al richiamo luminoso di un motel. Sentii il brivido correre lungo la schiena, le unghie che diventavano artigli. I canini quasi mi ferirono la lingua. Diventavo più alto, quand’ero lupo. Il petto pieno di pelo era esposto alla notte. Spalancai le braccia. Rimasi così, inchiodato alla mia croce. E mi buttai giù. Atterrai sull’asfalto. Ci lasciai un dente. E basta.
Se avessi saputo che un lupo mannaro è dannatamente resistente, forse avrei scelto di morire in un altro modo. Alzai la testa al cielo, arrabbiato con la sfortuna che mi voleva vivo. AUUUUHHH. Il mio ululato andò su, fino all’insegna lampeggiante del motel. AUUUUHHH. In alto il dolore. AUUUUHHH. E la gente spalancava le finestre, urlava. AUUUUHHH. Cuore che non vuole smettere di battere. AUUUUHHH. Vita che termina così, nell’ingiustizia.
Da allora è passato un anno.
Lavoro ancora nello stesso posto. Vado in palestra. Ho una macchina. Usata, però. Ho persino una ragazza: non ci amiamo, ma ci vogliamo bene. Ah, e mia sorella ha avuto un figlio. Sono zio, cazzo.
E il lupo? Oh, lui sta benissimo. È sempre con me.
La sera non esco più. La notte non so più cosa sia. Ho paura di guardare la luna persino nelle fotografie. È finita, per me: vivo solo di giorno.
Non ho fatto pace con lui, dannato essere che mi ha rovinato l’esistenza. Semplicemente, ci convivo. È questa la mia vita e ho imparato ad accettarla.
Anche perché è l’unica che ho.

© Racconto di Isabella Ballarini | Illustrazione di Raffaele Assorto | Editing di Chiara Bianchi


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