Margherite | Racconti Indigeribili

Margherite | Racconti Indigeribili

Scritto da Maria Teresa Renzi-Sepe
Illustrato da Antonella Depalma


Margherite

«Fa troppo freddo qui, Hank» disse Loretta alitandosi nelle mani, «devi fare qualcosa. Te l’ho detto un milione di volte e non hai mai fatto niente».
Hank grugnì dalla sua poltrona marrone.
«Hai capito?». Loretta urlava dalla cucina. Si affacciò in salotto per controllare che il marito l’avesse sentita.
Hank sbuffò. Poi disse:«Sì, Loretta, ho sentito. Oggi faccio un salto da Al in ferramenta».
«Certo, il 23 dicembre. Da Al. Bella questa» ribatté lei, riempendosi un bicchiere di acqua del lavandino. Chiudendo il rubinetto, il bicchiere le scivolò dalla mano e cadde a terra, rompendosi in mille pezzi.
«Cazzo!» urlò. Si era tagliata un dito. Un rivolo rosso colò subito dall’anulare sinistro.
«Hank! Gli anticoagulanti?».
«Sono finiti la settimana scorsa». 
«E perché cazzo non li abbiamo ricomprati?».
«Passo a prenderli in farmacia». 
«Ecco, bravo, muoviti!» disse Loretta, con un tono acuto.
Hank si alzò. Prese il suo cappello con i paraorecchie e le chiavi sul tavolino basso. Guardò lo svuota tasche da cui raccolse degli spicci; la cornetta del telefono perlacea e impolverata. Infine, la foto di Paul. Ne accarezzò il volto con l’indice destro e se lo portò alle labbra, come tutte le volte. Solo allora uscì di casa. 

Alan, detto Al, era un tuttofare che viveva all’incrocio fra la ventisettesima e la North Avenue. Lui e Hank avevano frequentato il liceo insieme. Poi Hank era stato assunto all’ufficio anagrafe, dove aveva conosciuto Loretta. Al, invece, aveva rilevato il magazzino sotto l’appartamento dove era cresciuto, un vecchio immobile dello zio Earl, e lì ebbero inizio i suoi affari – casa e bottega. Non era il migliore dei posti, quello. C’erano state tre sparatorie in cinque mesi.
Fermo davanti la porta del negozio di Al, Hank esitò qualche istante prima di afferrare la maniglia con tutte le dita.
«Ciao Al» disse Hank «sono arrivati i radiatori nuovi?».
«Quelli della ditta hanno detto dopo le feste. “È colpa della guerra”, dicono» rispose Al, in piedi oltre il bancone. Dal sigaro che aveva in bocca gli cadde della cenere sul maglione rosso. Poi aggiunse:
«Bella stronzata».
«Già. Bella stronzata».
Si guardarono per qualche istante. Al batté sonoramente la mano destra sul bancone. Poi Hank disse:
«Torno a gennaio, allora».
«Buon Natale Hank, salutami Loretta».
«Lo farò».  

Fuori dal negozio, alle quattro del pomeriggio, l’incrocio era già buio, attraversato solo dal vento. Hank girò verso la North Avenue e proseguì per qualche dozzina di metri appena, svoltando a destra in un parcheggio vuoto. Lo attendeva già Al, che nel frattempo era uscito dal retrobottega.
Gli diede un pacchetto. Dentro c’era qualcosa di freddo e pesante, e che creava un angolo retto.
«È quella che ho chiesto?».
«Una G43X».
Hank rispose con un cenno affermativo del capo. Mise l’involucro in una tasca dei pantaloni cargo e andò in farmacia a prendere gli anticoagulanti. 

A casa trovò Loretta con la mano fasciata in un asciugamano per gli ospiti. Nella mano sana teneva la foto di Paul davanti agli occhi. Disse:
«Era bello» senza staccare gli occhi dalla foto.
Hank non disse nulla. Loretta proseguì:
«Vorrei solo il nome di quel figlio di puttana».
Hank intervenne:
«Ti ho preso le pillole e i radiatori arrivano domani».
«Certo, arrivano sempre domani» disse Loretta spostando lo sguardo sul marito. Appena lei alzò gli occhi verso di lui, Hank si voltò e uscì in giardino. 

Hank inspirò il freddo nell’aria, mandandolo giù nei polmoni che in tutta risposta bruciarono. Prese la paletta da giardinaggio di Loretta e si mise a scavare nell’aiuola delle margherite. Il vento le aveva uccise tutte.
Continuò per un’ora buona, le mani rosse e spaccate, ignorando i vicini che passavano davanti la staccionata del suo cortile.
«Ciao Hank, ti dai al giardinaggio con questo tempo?» disse Tom, mentre usciva dal vialetto di casa con la Jeep.
«Hey Hank, hai un bel da fare con quelle margherite!» Joanne gli fece l’occhiolino mentre portava a spasso il cane.
Il gelo anestetizzava i dolori di Hank.
La figlia di Tom giocava a far rimbalzare la palla contro la serranda del garage. Hank iniziava a rimettere la terra umida nell’aiuola. La palla rimbalzava. Lui spalava la terra messa da parte. La bambina riprendeva la palla. Lui versava la terra sulle margherite.
La palla fece un ultimo rimbalzo e la bambina si fermò a fissare Hank. In quell’istante, il vento freddo mosse i rami degli alberi. Lei disse:
«Cosa hai messo lì sotto?».
Sussultò. Non si era accorto di lei.
«Le margherite» rispose Hank sorridendo.
«Non le margherite. Intendo quella cosa là» disse la bambina indicando l’involucro da cui fuoriusciva appena il calcio di una pistola.
Hank posò la paletta. Si avvicinò alla rete oltre la quale si appoggiava con le mani la bambina.
Si guardò intorno: non c’era nessuno. Tom era via. Loretta dormiva di sopra, aveva preso una bella dose di tranquillanti. Hank li aveva comprati poco prima in farmacia e li aveva messi nel flacone degli anticoagulanti. Si accovacciò sulle ginocchia. Con una voce lenta, che non sembrava neppure la sua, disse:
«Lo sai che Babbo Natale non lascia regali alle bambine ficcanaso?».
La piccola scoppiò a piangere. Lasciò cadere la palla e rientrò in casa, correndo.
Il vento chiuse con violenza una persiana che fece cadere un vaso di coccio che si ruppe in mille pezzi. Hank seguì la bambina con lo sguardo e se ne tornò a finire il suo lavoro. Qualche fiocco di neve cadde dall’alto, spargendo lacrime bianche sulla terra appena smossa.


© Racconto di Maria Teresa Renzi-Sepe | Illustrazione di Antonella Depalma | Editing di Chiara Bianchi 


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