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Blue Jay - regia di Alex Lehmann

Blue Jay - regia di Alex Lehmann

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È una di quelle tipiche serate invernali, tira vento fuori e la lista di cose da vedere su Netflix è sempre più lunga. Ho iniziato almeno venticinque serie e non ne ho ancora finita una. La scelta di cosa guardare la sera è sempre troppo difficile e viene continuamente influenzata da quel sonno che ti martoria una volta superati i 30, quando ti metti sotto il plaid e cerchi disperatamente una cosa che non duri più di 90 minuti ché se no non ce la fai e la palpebra inesorabilmente cede. E 90 minuti sono quelli che impieghi, puntualmente, a scrollare il catalogo Netflix.
Questo però è l’unico modo per imbattersi in film totalmente sconosciuti come “Blue Jay”, presentato al Toronto International Film Festival a settembre 2016 e prodotto dai fratelli Duplass in accordo con Netflix.
Ho guardato il trailer, con quel fare un po’ svogliato del dopo cena e sono rimasta ipnotizzata dalle scelte coraggiose e anticonvenzionali del regista.

Il film racconta la storia di Jim e Amanda, fidanzati ai tempi del college che si incontrano per caso dopo ventidue anni e si ritrovano a fare i conti con la nostalgia del passato e le loro vite presenti.
Totalmente girato in sette giorni, in bianco e nero su una fotocamera Canon, Alex Lehmann ci accompagna in questa cascata di malinconia piacevole.
La sensazione che accompagna durante tutto il film è quella che si ha sfogliando un album di vecchie foto o le pagine di diari sgualciti e riposti dentro scatole impolverate.

La storia è semplice e lineare, senza colpi di scena o fronzoli. Minimale, proprio come le musiche e il cast, formato soltanto dai due attori protagonisti: Sarah Paulson e Mark Duplass.
Le ambientazioni sono spoglie ma non per questo mancano i dettagli, delicati e presenti fra ogni movimento di foglie e le carezze.

Cruciale la scelta di dare soltanto una piccola sceneggiatura priva di dialoghi e di lasciare tutto nelle mani dell’improvvisazione degli interpreti costretti così a mettersi a nudo a livello emotivo. Si toccano picchi espressivi che, lo dico con tutta onestà, non ci si aspetterebbe mai da due talenti abbastanza sconosciuti. È vero che Sarah Paulson è l’unica vera nota di speranza in “American Horror Story” e si è appena portata a casa un Golden Globe per “American Crime Story”, ma mai avrei pensato che mi avrebbe emozionata così.
Non mancano i momenti divertenti e non manca nemmeno il pizzico di dramma.

Insomma, un film che nella sua semplicità risulta quasi perfetto.
La storia di un cerchio che si chiude e lo fa nel migliore dei modi, insegnandoci che il tempo davvero lenisce le sofferenze e ci aiuta a vedere tutto in un’ottica più completa e oggettiva.

“Blue Jay” è un film d’amore, ma non quell’amore melenso dei polpettoni romantici che ti straziano l’anima e sembrano gridare solo “ehi, l’amore è sofferenza!”
È un film di amore pulito, di macchie del passato che in ogni caso restano ma senza rovinare il futuro.

© Giulia Cristofori

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