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Notturno | Ombretta Blasucci | Leila Caringola

Notturno | Ombretta Blasucci | Leila Caringola

Era lì, la variopinta accozzaglia di tessuti a stagliarsi sulla carta da parati buia.
Dall’altro lato della stanza, lo sguardo fisso fin troppo luminescente per una notte di luna calante. Il bianco perlaceo degli occhi era il primo dettaglio a tradire la classica maschera di gioia, svelando la follia incoerente nel quale precipita ogni buon sentimento forzato all’estremo. Le coperte non sono più una sufficiente barriera difensiva di fronte ad una simile visione. Il respiro inizia a perdere il suo calmo ritmo.

Tom, nell’intuito dei suoi dieci anni, sa che non c’è via di scampo. E che chiudere gli occhi è inutile. Li lascia vagare, piccole biglie impazzite dall’iride scuro, sugli improbabili drappeggi rattoppati e sulla soffocante mole di volant. La gorgiera è un cappio rosso ampio e rigido che getta ombre su un corpo indistinguibile nell’eccesso di tessuti cangianti. I contorni della figura ne risultano di minuto in minuto ingigantiti, sospinti lentamente e inesorabilmente verso il bordo del letto.

Goccioline di sudore gelido scandiscono il tempo sulla fronte paralizzata del bambino. Le palpebre non rispettano più il loro consueto compito e gli occhi lacrimano incessantemente, nel tentativo di offuscare l’immagine che arriva al cervello sempre più alterato.

Inutile concentrarsi sulle logore scarpe di cuoio cremisi, smisuratamente lunghe, chissà che effetti potrebbero avere se posate con decisione su un piccolo cranio.
Inutile fissare le mani, guantate di bianco, dita ispessite dalla pelle prestata da chissà quale animale, a ricoprire gli scarni artigli umani che sanno cercarti e trovarti in cambio di un palloncino. Palloncini in cambio di bambini.
Inutile, se non deleterio, indugiare nella chioma folta e posticcia, le estremità crespe che si protendono verso l’ignara vittima, incorniciando una calotta cranica lucida, candida almeno quanto sono foschi i pensieri storpi che custodisce.

Tom sa che le piccole biglie oculari esauriscono in fretta i dettagli a cui tentare di aggrapparsi. Sente il richiamo farsi sempre più prepotente e lo sguardo viene risucchiato da ciò che finora aveva tentato di fuggire.

Il nitore ovale e sinistro di un viso modellato nel cerone. Tratti che si perdono in uno spessore viscoso, eliminando pori ed espressività. Nulla sopravvive di umano. Le uniche fattezze che sembrano voler appartenere a quella razza sono scarabocchi grotteschi. Non più sopracciglia ma arcuate lingue d’inchiostro. Non più occhi ma orbite cerchiate da carboncino e linee asimmetriche, dominate da pupille perse nel bianco lattiginoso, brillante di gaia pazzia. Non più un naso ma una chiazza tondeggiante di pigmenti scarlatti. Come è scarlatto lo squarcio che da orecchio a orecchio sostituisce quella che doveva essere una bocca. Dopo un vano tragitto concentrico intorno alla figura, lo sguardo del bambino ci è caduto dentro. Lo smalto dei denti apre buchi luccicanti nella pelle pitturata, dove labbra e gengive non si distinguono più. Perle di saliva caustica catturano e riflettono la poca luce nella stanza. Tra il rosso e il bianco si intravedono i pozzi neri che scendono nella gola, la via umida di mucose infette che porta alla gabbia inespugnabile dello stomaco.

I nervi infantili sono ormai fuori controllo.
Il Clown incombe.
Affondando disperatamente il viso nel cuscino, Tom tenta di controllare gli spasmi.
E per l’ennesima notte insonne di fila si domanda inutilmente com’è possibile che i suoi genitori ritengano adeguato decorare la stanza di un bambino con il poster di un clown a grandezza naturale.  

© Ombretta Blasucci

© illustrazione di Leila Caringola

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