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Nascondino | Alen Grana | Claudia Cocci

Nascondino | Alen Grana | Claudia Cocci

Quella volta l'aveva combinata grossa.
Peggio ancora di quella in cui con Fil erano entrati nei magazzini di Rickon’s e avevano usato gli estintori su tutti i prodotti stoccati da Norma e Tid.
Peggio di quando aveva investito quel riccio con la bicicletta e l’aveva lanciato nella finestra della vecchia Beth.
Peggio.
Giocavano a nascondino praticamente tutti i giorni ed era ormai difficile trovare un posto in cui stare al sicuro dalla vista d’aquila di Vic, quindi aveva tentato il tutto per tutto.
Il deposito di Jolly era chiuso dall’estate scorsa, quando l’azienda fallì e, dall’oggi al domani, lasciò a casa dal lavoro decine di persone, compresa sua madre.
Costumi, scherzi, festoni: il tutto per organizzare party, feste di compleanno o qualsiasi altro accidente che avrebbe richiesto un trucco, un costume da pagliaccio o qualche stella filante.
Quel posto l’aveva sempre terrorizzato, ogni volta che andava a trovare sua madre o a elemosinare da lei qualche spicciolo per una gomma da masticare.
Eppure quella volta entrò senza pensarci.
Sapeva che la porta sul lato est del magazzino era allentata e non chiudeva bene. Nessuno che si fosse preoccupato di saldarla o aggiustarla. E la catena che teneva stretta l’anta e il muro lasciava un passaggio perfetto per lui, mingherlino com’era.
L’estate aveva lasciato posto al freddo e alle foglie svolazzanti e il sole, ormai, scompariva presto tra le case del quartiere.
Doveva far presto, aveva il fiato di Vic sul collo, doveva entrare e rannicchiarsi vicino alle vecchie vetrine impolverate che mostravano ancora i manifesti degli sconti, pronto per scattare fuori e coglierlo di sorpresa, fregandolo.
Entrò e inciampò al primo passo.
C’era abituato, non lo preoccupava certo uno sgorbietto sulle ginocchia, anzi, quella caduta si era rivelata molto più proficua del previsto, visto che a provocarla era stata una torcia a batterie portatile, abbandonata lì chissà da chi e chissà per quale motivo.
La provò e si stupì del fascio di luce proiettato nel locale.
Spense subito, memore del gioco che stava facendo e della preoccupazione che la luce si scorgesse dalle vetrine.
Facendo attenzione a dove puntava il cerchio giallo della torcia, riaccese e iniziò a camminare.
Fu in quel momento che si ricordò perché era così terrorizzato da quel luogo: manichini.
Decine e decine di manichini, tutti abbigliati con costumi carnevaleschi.
Maschere. Clown. Infermiere sexy. Vampiri.
Tutti in posa, statici ma veri, tanto da sembrare pronti a balzare verso di lui a un battito di ciglia.
Deglutì e si accorse di non aver respirato per un buon momento. Lo fece, chiudendo gli occhi e sperando in cuor suo di non vedere niente di strano riaprendoli.
Riaprì…
Nulla.
Era tutta suggestione, non doveva aver paura di costumi insignificanti e vecchi, buoni solo per la decomposizione e la polvere.
Ma in quel momento non gli sembrò più una buona idea rimanere lì dentro. Al diavolo Vic e il suo nascondino, al diavolo quel maledetto gioco e al diavolo pure le sue idee.
Tornò alla porta dalla quale era entrato e spinse.
Ma nulla da fare, sembrava che la porta fosse saldata, così come aveva pensato dovesse essere per impedire l’accesso ai malintenzionati.
O a stupidi ragazzini come lui.
Spinse ancora ma niente.
E un rumore alle sue spalle lo fece voltare immediatamente. Il cerchio illuminato dalla torcia girò vorticosamente ma tutto sembrava nella stessa posizione. Tutto nella norma.
Andò alla vetrina e iniziò a bussare per richiamare l’attenzione di qualcuno dei suoi amici. Una mossa a vuoto: da quel lato del parco non sarebbe passato nessuno, aveva scelto bene dove nascondersi.
Troppo bene.
In quel momento gli tornò alla mente l’uscita d’emergenza a nord, quella dalla quale usciva sua madre a fumare. L’angolo della bocca si trasformò inconsciamente in un sorriso, sapendo che quella, aprendosi solo dall’interno, sarebbe stata sicuramente sbloccata.
Un minuto per orientarsi, zigzagando tra i manichini che esibivano i più disparati costumi da clown. Una sezione apposita per questi pagliacci… aveva i brividi.
Trovò la porta e girò la maniglia verso il basso assaporando già l'uscita nell'aria fresca della serata autunnale.
Avrebbe preso una bella sgridata dalla madre per il ritardo ma la sua risposta sarebbe stata sempre la stessa: una scrollata di spalle.
La porta non si aprì.
Spalle basse, sfiduciate, mentre la maniglia ritornava in posizione orizzontale. Doveva cercare un altro modo…
Si voltò e puntò il cerchio illuminato della torcia elettrica davanti a sé.
Fu allora che se ne accorse: i manichini vestiti da clown era tutti rivolti verso di lui.
E lo fissavano.

© Alen Grana

© illustrazione di Claudia Cocci

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