© Un racconto di Martina Ciullo - Illustrato da Dario Licata
Il pallone
Prima che il pallone esplodesse – all’epoca non sapevo ancora che fosse un pallone – me ne stavo comatoso sul fondo della mia grotta. Ero lì dentro da qualche settimana, avevo raccolto le provviste, trascinato una roccia davanti all’ingresso e mi ero messo ad aspettare di morire. Per alcuni di noi la vita era una cosa semplice: racimolare del cibo, schivare i predatori, trovare altro cibo; non lo era per me.
Io trovavo ogni cosa una pena. Per questo mi ero chiuso lì dentro.
All’inizio qualcuno bussava, piano, e solo una volta ogni tanto. Volevano convincermi a uscire. Dopo l’esplosione però avevano iniziato a battere con foga, senza fermarsi mai. Capii che volevano entrare. Non aprii, e un giorno smisero.
Avevo molto cibo con me – qualcuno direbbe che è buffo prepararsi a morire facendo provviste - ma per la maggior parte del tempo avevo digiunato. Quando masticavo qualcosa, lo facevo stancamente, fino a che l’istinto di vomitare non mi fermava. A volte lo combattevo, a volte lo assecondavo; poi mi rintanavo nel mio torpore.
Dopo l’esplosione, però, e tutto il trambusto che ne era derivato, avevo iniziato a interessarmi al mondo esterno.
Anche se tutte quelle cose mi arrivavano solo di rimbalzo, mangiavo con più appetito e studiavo quello che percepivo attraverso le fessure della roccia. Polvere, per esempio, e nessun bagliore, mai. Il freddo, un freddo intenso, senza momenti di requie, e come ho già detto, da un certo momento in poi, il silenzio.
Quando le provviste iniziarono a scarseggiare, decisi di uscire, ma in quei mesi ero diventato debole e la roccia che una volta mi aveva dato protezione, ora mi intrappolava.
Scavai un po’ alla volta, aiutandomi con le corna. Ci misi dei giorni e quando finalmente si aprì un varco abbastanza grande da permettermi di uscire, ero quasi pelle e ossa.
Non c’era alcuna differenza tra dentro e fuori: freddo e polvere si propagavano per uno spazio che sembrava infinito.
Ovunque, ossa con brandelli di carne. Le ossa e la carne dei miei amici – o dovrei dire nemici – e di altri piccoli animali. Tutto il verde era scomparso.
Mi distesi davanti alla grotta, in attesa che sorgesse il sole, ma capii presto che non l’avrei più visto. Il poco cibo rimasto era fermentato o ammuffito. Lo mangiai quasi tutto, e poi iniziai a esplorare i dintorni della mia grotta nonostante la penombra. Incontrai i cadaveri dei mangiatori di carne che tanto avevo temuto e mi venne da sorridere, ma durò poco.
La fame era il mio unico pensiero, un’ossessione. Mi vergogno a dirlo, ma era così potente che provai a mangiare un pezzo della loro carne putrefatta. Feci il possibile per non vomitarla, ma il mio stomaco non era fatto per digerirla.
Masticavo rami secchi e sterpaglie, e se trovavo qualcosa che conteneva ancora un po’ d’acqua, un cactus, per esempio, lo tenevo a lungo nello spazio tra le guance e i denti senza il coraggio di inghiottirlo. La fame mi spingeva sempre più lontano, finché un giorno decisi di non tornare alla grotta, non c’era più niente lì, per me. Iniziai a vagare in quella nebbia polverosa, in quel mondo buio e coperto di macerie.
Camminai ancora e ancora, per settimane, senza nessun segno che mi indicasse se fosse giorno o notte, o quanto tempo fosse passato. Non incrociai mai nessuno, ma non mi dispiacque. La solitudine non mi pesava, forse ero fatto per essere solo.
E poi arrivai al pallone.
Quando lo vidi, pensai che era enorme e bellissimo, e mi raggomitolai vicino a lui. Era la prima cosa tiepida che sentivo da mesi. Il suo lieve bagliore mi rassicurava e sarei rimasto a strusciare le mie corna lì sopra per sempre. Mi sforzai di superarlo solo quando la fame divenne insopportabile, ma abbandonai dei sassi lungo il tragitto che mi separava da lui, per essere sicuro di riuscire a ritrovarlo.
Ogni tanto incontravo un fiume e mi immergevo a lungo nelle sue acque gelide, finché il mio corpo tornava a essere verde brillante. Poi ricominciavo a camminare e ad accumulare sassi, e lo feci per così tanto tempo che a un certo punto la polvere si fece più sottile e l’aria sembrava quasi respirabile.
Allora accelerai il passo e finalmente, ore, giorni o settimane dopo, lontanissimo come fosse un miraggio, ma abbastanza vicino da crederci, vidi del verde.

© Un racconto di Martina Ciullo - Illustrato da Dario Licata - Editing di Paolo Perlini
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