Iperlordosi | Racconto indigeribile

Iperlordosi | Racconto indigeribile

© Un racconto di Andrea Segala - Illustrato da Antonella Depalma


Iperlordosi

A parte aver beccato Papà farsi una sega nella Peugeot, la sera di San Valentino in cui mi resi conto che Linda si sarebbe innamorata di me non successe niente di speciale.
Un’ora prima, come ogni giorno pari, Mamma si era distesa schiacciando Christian contro il bracciolo del divano, si era avvolta nella coperta azzurra coi delfini e aveva detto a Papà, appena si era alzato dalla sedia buona, di prenderle l’altra coperta, quella bianca e nera soffice. Lui aveva sbuffato il solito: «Sempre a dare disposizioni» ma ci era andato comunque, gliel’aveva lanciata in testa e si era riseduto chiedendo a me e Christian perché si fosse alzato, cosa volesse fare prima di obbedire ai comandamenti della rompiballe. Intanto io, come ogni giorno pari, ero inginocchiato sulla sedia sfondata e rivolgevo il massimo del disprezzo al film mieloso in tv e ai falsetti altrettanto mielosi della colonna sonora, ignorando i borbottii minacciosi di Papà e le movenze da circo di Christian che, come ogni giorno pari, sedeva sul divano, mi indicava, mimava una parentesi tonda con la schiena e si assicurava che comprendessi il suo labiale: oggi tocca a te la lordosi.

Andai in camera e mi arrampicai sul letto dopo aver impostato la sveglia. Manu sarebbe sceso alle nove in punto: gli avevo promesso che l’avrei aiutato a scassinare il camper del vicino del terzo piano e che, una volta dentro, gli avrei pisciato nel lavandino, così s’impara a fare i lavori in garage la domenica mattina. In cambio lui, solo a lavoro ultimato, mi avrebbe regalato la figurina di Totò Di Natale che mi mancava per avere tutto l’Udinese.
Provai a riposare dieci minuti immaginandomi nel futuro a sfogliare l’album Panini completo, ma non feci in tempo ad arrivare alla Fiorentina che Christian entrò, prese la scaletta del letto e me la lanciò addosso. 
«Volevi il divano i giorni dispari solo per non averlo a San Valentino, vero?». La riprese e me la rilanciò addosso. «Eh? Vero? Se una di ste sere dispari c’è un film bello ti strangolo e fai la fine della rompiballe».
Aveva messo in mezzo Mamma solo perché la sentiva, come sempre, insistere con Papà e perché, come Papà, non sopportava che lei non sapesse bisbigliare né dire qualsiasi cosa senza fargli venire voglia di soffocarla dentro la coperta bianca e nera soffice. Anch’io, ascoltandoli, rinunciai al mio riposino e spensi la sveglia. 
«Non posso chiederle ancora soldi» diceva Papà.
«Ha la demenza, non se lo ricorda».
«E mia sorella ha capito».
«Un’altra con la demenza».
«Vogliono bocciare Christian».
«Gli farà bene».
«E Alex dorme tutto il pomeriggio».
«Beato lui».

Aspettavo che uno dei due si addormentasse o massacrasse l’altro per poter uscire, ma erano già passate le nove ed ero sicuro che Manu avrebbe trovato mille scuse per non darmi più la figurina. Volevo Di Natale anche perché aveva lo stesso sorriso di Papà ventenne in quella foto a Yellowstone e, soprattutto, perché aveva sulla maglia il dieci, il numero preferito di Linda e purtroppo anche di quel Davide della 1aE con cui stava. Il mio, invece, era un sei virgola venticinque, il voto che avevo intravisto accanto al mio nome sulla pagina “Classifica bellezza ragazzi” del suo diario. Non me l’ero neanche troppo presa per l’ottavo posto, ma mi ero convinto che Linda potesse amare solo quelli del centro Italia che non pronunciavano mai le ultime sillabe delle parole, quelli che non la salutavano mai a ricreazione, quelli che ricambiavano i suoi sentimenti solo a San Valentino con una rosa e una confezione a forma di cuore di Baci Perugina, come se potesse bastare e come, in effetti, bastava. Se le piaceva lui non le potevo certo piacere io che, quella mattina, le avevo portato un paio di gianduiotti rubati al bangladino davanti casa, con la nocciola in granella invece che intera, col cioccolato pastoso di serie C che non si scioglieva in bocca come quello Perugina. 

Sognavo, mentre la guardavo aprire la scatola a forma di cuore, di essere uno di quei Baci, sciogliermi dentro di lei e trasformarmi nel grasso che accumulava sui fianchi, essere parte di quel difetto che mi fece notare Papà quando gliela mostrai nella foto di classe: «E questa è quella che ti piace?». Disse che si atteggiava troppo a velina, che quei leggings con le galassie la rendevano ancora più grassa, che preferiva l’altra Linda e soprattutto la mamma dell’altra Linda. Avevamo gusti ben diversi; io riuscivo a pensare solo alla voce della Linda vera che mi ringrazia, ai suoi occhi innamorati mentre si gira e torna da Davide, alla mano sinistra che mostra all’altra Linda la rosa e alla destra che le offre un cioccolatino dalla confezione a forma di cuore dopo aver lasciato cadere nello zaino il mio. Riuscivo a pensare solo a come le avrei fatto cambiare idea su di me raccontandole della nostra impresa col camper.

Saltai giù dal letto, presi la torcia del campeggio, tolsi le calze antiscivolo e arrivai in sala, dove Mamma si era già addormentata davanti a quel film mieloso in cui adesso, al posto di lingue e singhiozzi e canzoncine soft-rock coi falsetti, c’erano rane che piovevano dal cielo e ambulanze e macchine che si schiantavano dappertutto. Aprii il portone: Manu era seduto sul primo gradino. Mi disse che ero un coglione e che, mentre mi aspettava, era quasi riuscito a forzare la portiera.
Uscimmo e ci mettemmo tra il camper e la siepe. Mentre Manu muoveva le forcine avanti e indietro, su e giù, a destra e sinistra, con la faccia di un Diabolik infallibile, io gli illuminavo la serratura con la torcia. 
«Mezz’ora di ritardo e non l’hai neanche ricaricata? Una cosa sola dovevi fare. Te lo sogni Di Natale, ho Mesbah e Fiorillo se vuoi. Sono anche troppo buono che ti faccio sceglie-».
S’interruppe perché vide Papà uscire dal portone e dirigersi verso la Peugeot, ma non si scoraggiò e riprese a muovere in qualche modo le forcine. Io nel frattempo cercavo di leggere il titolo di una Gazzetta che Papà aveva sotto l’ascella; ci riuscii solo quando, sotto il lampione all’angolo, si volse per controllare che le tapparelle della sala fossero abbassate. Lo sospettavo già: in prima pagina c’era scritto “VERONA CAMPIONE!”. Nonostante me la mostrasse e me ne parlasse tutti i giorni, mi sembrava ancora impossibile che la stessa squadra che ora soffriva in serie C avesse vinto tanti anni fa il campionato, mi sembrava improbabile quanto Ginko che cattura Diabolik, quanto Mesbah capocannoniere, quanto me imperatore del letto a castello o quanto Linda disinnamorata di Davide. 

Mentre Manu tentava ancora di scassinare la serratura del camper, io guardavo Papà smanettare con quella della Peugeot. Lo vidi aprire la portiera, spostare in avanti il sedile e rannicchiarsi su quelli posteriori; lo vidi accendere il riscaldamento, prendere la Gazzetta, abbassarsi i pantaloni e le mutande e farsi una sega col pisello mezzo floscio; vidi la sua schiena inarcata come la mia nei giorni pari e in faccia la stessa espressione di quando ci sbucciava i mandarini; lo vidi prendere una pagina al centro del giornale e pulirsi la pancia e la cappella; lo vidi uscire dall’altra parte, aprire il bagagliaio e prendere una di quelle coperte che metteva sul parabrezza per non farlo ghiacciare, una coperta verde con dei pastori maremmani, corta e umida, e un’altra che invece non avevo mai visto, nera con delle montagne dorate e una Y enorme al centro, anche quella dorata. Lo vidi rimettersi disteso sui sedili posteriori e addormentarsi così, al caldo, protetto dai pastori maremmani, dai vetri appannati e dai migliori anni del Verona.

Tolsi la torcia dalle mani di Manu e la spensi, poi presi dalla tasca dei suoi pantaloncini le due figurine e scelsi Mesbah solo perché aveva sulla maglia l’undici e l’undici era simile al dieci. Mi andava bene anche l’altra Linda.

© Un racconto di Andrea Segala - Illustrato da Antonella Depalma - Editing di Paolo Perlini


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