Rosa di mare | Racconti Indigeribili

Rosa di mare | Racconti Indigeribili

Scritto da Gaia Matone -
- Illustrato da Antonella Depalma


Rosa di mare

Anne-moony. Così mi battezzarono con stille di soluzione salina. Ho sempre saputo che fosse un mero bisticcio, composizione di parole di mio padre, terapeuta psicodinamico.
Lapsus sfiorato.
Il mio habitat sono i fondali marini, come un anemone, una rosa di mare.
Mi adottarono a tre anni e crescendo capii da sola di non essere un essere comune.
Potevo starmene sdraiata sul fondale o lambire la pellicola trasparente: giovare della tensione superficiale dell'acqua, senza problemi. Mi riusciva meglio che camminare. Una mia gamba era un po’ più corta dell’altra, così come un braccio. Una differenza che non passava inosservata.
Da sempre camminavano trascinandomi gli arti. Ho detto camminavo? Era più uno strisciare scoordinato nell'aria. A poco erano servite le sedute dalla psicomotricista.
«Qua o si mettono protesi o si attenua il tutto con dello stretching, forse dei plantari... magari tagliando qui e qui...».
Come un vestito da sposa da ricucire, strappare, allungare o accorciare. Come stoffa o come carne per esperti di tagli. Ogni dito, la sua curvatura e la sua lunghezza, un caos rimediato da una condizione: clinodattilia.
Se ne fecero una ragione, e anche io potevo sopravvivere. Avevo un bel viso: due gemme blu e due guance di pesca.
«Sei il mio pesciolino» mi sussurrava nonna Anna. Era lei che mi aveva accolto sotto la gonna per liberarmi dalle reti dei pescatori.
«Figli di una buona donna, puttana, non si toccano i bambini!» disse la nonna, ricordo fervido nelle mie membra zuppe di sale.
A scuola venivo sbeffeggiata per i denti corti, non potevano attaccarsi ad altro, banale sarebbe stato sfottermi per quel corpo da medusa asimmetrica. Crudele.
Avevo un'ottima reputazione: ero la rappresentante di classe, di quelle che fa buon viso a cattivo gioco coi professori. Potevo scegliere di spostare verifiche o suggerire chi interrogare. Beneficiavo così i miei compagni, andavo incontro a quei perfetti corpicini adolescenti.
A me serviva poco, l'indirizzo scientifico era come una partita a dama a cui vincevo a occhi chiusi. Nessuno si spiegava da dove derivasse la mia immensa capacità nel destreggiarmi sulla scacchiera delle discipline di carattere certo e pratico.
Il tempo che preferivo era quello in solitudine, lì al porto a osservare la statua della sirenetta. Mi accompagnava del sushi che ingurgitavo avidamente, inzuppato in un oceano di salsa di soia con una montagna di wasabi, immaginando di portare alla bocca il cazzo in tiro, o il panino al prosciutto e salsiccia, di Bukowski - il culo sopra un libro di Chuck Palahniuk e due dita tra le gambe.
«Godo!» sospiravo infine.

Accadde così, a quindici anni, che mi ritrovai sul water a vomitare uova dalla bocca.
«Annemoony!» gridava mia madre, Lizy.
«È stata solo ad una festa, può starci...» difendeva la mia parte, papà Walter.
Avrei voluto fosse stata una cattiva ubriacatura a provocarmi il vomito. Eppure no, io stavo partorendo dalla cavità orale. Dalle fottute fauci.
Ripulii per bene e tirai lo sciacquone, mascherando ogni traccia. Ero un’anima incastrata, un demone. Una via di mezzo tra un'umana e un anemone di mare.
Col tempo, ogni estate capitava lo stesso episodio. Finché mamma decise di prendermi a lavorare nella sua cucina per portarmi via dalle, a suo dire, cattive frequentazioni.
Era chef, nel ristorante stellato al centro cittadino, lontano dalla periferia. A chilometri dal bar Medea. Eppure.
Iniziai a vomitare uova su uova sopra suoi piatti dalle perfette composizioni; così delicati, composti da alghe pregiate sulle quali adagiare il merluzzo nero, accompagnato da zuppa di castagne con funghi di bambù. Da assaporare col vino esatto, frutto di studi con sommelier. O l'irresistibile orecchio di legno, il preferito dagli olandesi: «Oh, l'orecchio di Van Gogh» era la battuta più riciclata; risuonava forte tra quelle mura di marmo nero con striature rosa, le cui finestre erano foderate da tende beige dalla fitta trama.
Lei non andò nel panico. Sfoderò un'ironia risolutoria: «Da oggi vendiamo un nuovo piatto della tradizione sarda: le orziadas fritte!».
Con una bacinella tra le mani, per accogliere i miei figli, mi incitava: «Vomita tesoro, vomita!». Fuggii e mi ritrovarono abbarbicata su una roccia. Ormai parte di essa divenni me stessa. La mutazione aveva concluso il processo. Accanto a me, nonna pesce pagliaccio.



© Un racconto di Gaia Matone - Illustrato da Antonella Depalma - Editing di Paolo Perlini


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