Scritto da Valentina Casadei -
- Illustrato da Ilaria Giannarelli
Diciotto metri quadri
Ogni mattina la chiesa davanti a casa mi butta giù dal letto alle otto e trenta in punto. Da ormai due anni ho smesso di mettere la sveglia poiché ci pensano le campane. E la vita dei vicini, quelli del pianerottolo di destra, con i bambini che corrono dappertutto, costruiscono capanne con le sedie e le coperte e parlano con l’amico immaginario al di là del muro. Senza sapere che, al di là del muro, non c’è nessuno. O meglio, ci sono io che non sono effettivamente nessuno. Oppure i vicini del pianerottolo di sinistra, che fanno l’amore di continuo e non sembrano essere mai stanchi, e alternano gemiti, insulti e parole d’amore, in una ripetizione infinita e instancabile d’intensità e squilibro, che trovo affascinante ma sento che mi affaticherebbe.
E poi ci sono io, con il mio silenzio e i miei rumori più discreti, la masticazione, qualche colpo di tosse, un oggetto lasciato cadere mentre passo la polvere, i Rammstein a basso volume quando sono arrabbiata, Bob Marley a basso volume quando sono arrabbiata e cerco soluzioni, Elliot Smith a basso volume quando sono arrabbiata, cerco soluzioni e non ne trovo. Se non fosse per qualche incontro fortuito in ascensore, per i miei vicini non esisterei poiché non mi sentono mai.
Non credo ci sia bisogno di dire che la solitudine mi pesa ancora di più circondata da tutte queste vite caotiche e chiassose. Ma per fortuna ci pensa Dio a riempire questo vuoto: le campane al mattino sono un po’ come una madre che ti butta giù dal letto, che ti scuote dolcemente il corpo addormentato, ti ha già preparato una tazza di tè per la colazione, e i panini per il pranzo, e la camicia stirata per la riunione, e le caramelline all’eucalipto per la gola, nel caso fosse ancora una volta il freddo secco dell’inverno a vincere sul sistema immunitario.
Ma le campane non sono una madre, non sono mia madre. E, una volta davanti allo specchio, con lo spazzolino in bocca e i segni del cuscino sulla faccia esausta, fissandomi negli occhi, mi ricordo che non credo in Dio e che ora vorrei solo essere nelle braccia di qualcuno che mi ama. Di mia madre, per esempio. Spendere quattrocento euro di aereo e perdere otto ore nei trasporti per un abbraccio di trenta secondi non ha nulla di logico, allora allontano il pensiero, sputo il dentifricio e sorrido al mio riflesso ancora addormentato.
Raggiungo il salotto per dare qualche pallina di cibo liofilizzato - caratterizzato da un forte odore vegetale che faccio prima a chiamare puzza nauseabonda - al mio pesce rosso giapponese. Ha quattro mesi e sta crescendo a vista d’occhio. Se fosse un essere umano sarebbe probabilmente cicciuto e dipendente. Gli lancio le sue palline quotidiane e lo osservo nuotare verso la superficie come un missile - un drogato davanti alla sua dose d’eroina oppure io con il mio ex quando decideva di inviarmi un messaggio dopo giorni di silenzio - e divorare tutto con estrema rapidità.
Rimettersi poi a non fare nulla, con l’occhio spalancato e la pinna minuscola, con quel poco slancio e quell’apatia letargica che mi sono così familiari. Forse, alla fine, nel mio piccolo monolocale di diciotto metri quadri, a Parigi, sono come il pesce rosso giapponese che agonizza nell’attesa di qualche pallina di cibo liofilizzato. Il climax delle nostre giornate: dura qualche secondo e poi tutto perde senso.

© Un racconto di Valentina Casadei - Illustrato da Ilaria Giannarelli - Editing di Paolo Perlini
Diciotto metri quadri | Racconto | Indigeribili
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