C’è l’estate, c’è il mare, ma non chiamatelo “libro da spiaggia”
Recensione di Simonetta Gallucci
Siamo in quel periodo dell’anno in cui, che si scorra il feed di Instagram, che si ascolti un podcast sui libri o si sfogli una rivista qualsiasi, sembra ci sia sempre qualcuno pronto a consigliare una lettura per l’estate. Ognuno ha la sua visione del tema: la mia, per esempio, vede questa come la stagione per leggere ciò che, in altri momenti, mi farebbe venire la lombalgia; romanzi, cioè, che per la mole richiedono una tote bag aggiuntiva da portarsi in spalla e per la densità non possono essere letti nei tragitti in tram o metropolitana. Insomma, io d’estate leggo mattoni, che vengono buoni anche come supporto per la testa nella pennica post-prandiale su lettini sempre troppo scomodi.
Quando le vacanze sembrano ancora un miraggio, però, a patto di non farsi prendere dallo scoramento quando si vorrebbero pucciare i piedi in acqua e invece ci si ritrova a pattinare sull’asfalto liquefatto dal caldo, si può cedere al richiamo di quelli che, all’apparenza, potrebbero essere catalogati come “libri per l’estate”. È ciò che ho fatto quando ho recuperato Acqua di mare, libro di Charles Simmons, uscito negli Stati Uniti nel 1998, pubblicato in Italia nel 2007 da Bompiani e riproposto da SUR nella traduzione di Tommaso Pincio, prima nel 2019 e poi, con una nuova veste grafica, nel giugno 2025.
A partire da un incipit fulminante («Nell’estate del 1963 mi innamorai e mio padre annegò») il romanzo si affida alla voce di Michael che, da adulto, ripercorre quella vacanza con i genitori nella villa di Bone Point e racconta come la loro tranquillità venne stravolta dall’arrivo della signora Mertz e di sua figlia Zina, alle quali affittarono la dépendance. C’è tutto quello che ci si potrebbe aspettare: falò sulla spiaggia, incredibili tramonti, drink e un gioco di amori corrisposti e non; ma, ed è ciò che più colpisce, c’è anche ciò che non ti aspetti, un doppio livello di interpretazione in cui gli elementi della natura concorrono a descrivere gli umori dei personaggi, in un gioco di rimandi e allusioni che incanta. E, sottotraccia, un discorso sull’amore che «è come il burro, migliora le cose», una riflessione che parte in sordina, tra le domande degli adolescenti e le consapevolezze degli adulti, e finisce per prendersi spazio «perché, alla fine, dai», canterebbe Brunori Sas, «di che altro vuoi parlare?». In fondo l’amore, o meglio gli amori, come dice il padre di Michael a proposito delle donne, «Segnano il passare degli anni. Sono come lo scrivere per uno scrittore, il vincere le elezioni per un politico. Ti danno qualcosa che vale la pena ricordare, impediscono che il tempo si dissolva. Capisci che voglio dire?». Rivolgendola al figlio, la domanda di Peter arriva fino a noi che, con la mente persa nel ricordo di quel primo bacio o di quel brivido di desiderio, mentre ci sfugge un sorriso, non possiamo rispondere che sì, lo capiamo benissimo.
Ha ragione Tommaso Pincio che, come l’eremita nella carta dei tarocchi, con la sua postfazione fa brillare di una luce ancor più ammaliante un romanzo che già di per sé è un piccolo gioiello, quando dice che questo libro «porta con sé il sapore salato dell’Acqua di mare, di una fine già nota, quella di sentirci ancora bambini quando avremo l’età dei nostri genitori e, come bambini, pretenderemo di riascoltare allo sfinimento la stessa storia, di leggere e rileggere libri come questo, ben sapendo che non c’è sale più dolce per le nostre ferite e i primi amori mancati».
Allora forse, più che per l’estate, io mi porto avanti e lo consiglio per settembre.

Titolo: Acqua di mare
Autore: Charles Simmons
Pagine: 146
Casa editrice: SUR
Pubblicazione: giugno 2025