Atto di famiglia | Alessandra Carati

Atto di famiglia | Alessandra Carati

A chi vuoi più bene?
Recensione di Simonetta Gallucci

L’ho sentito chiedere spesso, a me da bambina, ora ai miei nipoti: «A chi vuoi più bene? A mamma o a papà?» Una domanda che può sembrare innocua, ma che presuppone una scelta, anche se priva di conseguenze apparenti. Se si esce dal perimetro dei parenti impiccioni o delle chiacchiere oziose tra amici per entrare nel terreno di separazioni e divorzi, invece, la risposta acquisisce un peso enorme: scegliere non è più una questione di affinità, ma diventa schierarsi, aspettarsi che stare da una parte significhi automaticamente essere contro l’altra. Nemmeno tentare di mantenersi equidistante dai due poli genitoriali è una garanzia d’immunità; anzi, si corre il rischio di venire continuamente strattonati e, nel fuoco incrociato di accuse e ripicche, finire con l’essere l’unico bersaglio centrato a ogni colpo. 

È questo ciò che succede in Atto di famiglia di Alessandra Carati

Fin dalla bandella, il riferimento all’incipit di Anna Karenina è evidente: «Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo», diceva il caro Lev quasi centocinquant’anni fa, e non aveva torto, ma noi siamo ancora qui a parlarne perché, d’altronde, l’argomento ci riguarda sempre da vicino. Tutt’altra storia, però, è trovare una maniera alternativa di raccontare, ed è qui lo scarto che si produce tra la narrazione dimenticabile di una separazione qualsiasi e un romanzo che invece ti lascia addosso un’inquietudine, che non si placa dopo l’ultima pagina ma resta, sottotraccia, anche nei giorni successivi, quando ti ritrovi a pensare a questo libro, a consigliarlo (con i dovuti disclaimer sul grado di turbamento) a più persone e a riconsiderare le tue stesse esperienze alla luce di una riflessione della figlia, diventata grande: «Forse ognuno s’inventa la propria storia». 

Lo fa il padre, apparentemente accudente e vulnerabile; lo fa la madre, determinata e distante, e lo fa anche la figlia, prima ripercorrendo gli eventi che hanno portato alla disgregazione della sua famiglia e poi nel tentativo di andare oltre quella convinzione piantata al centro del cervello (e del cuore): «Morirò bambina – pensa – perché non ho mai lasciato l’infanzia. Ho sofferto così tanto che ci resterò per sempre». E il lettore è lì, nel loop di una storia narrata dai tre punti di vista, a osservare il disfacimento, a porsi quella domanda iniziale («A chi vuoi più bene? A mamma o a papà?») e a non essere in grado di formulare una risposta. Perché nella coppia di questo romanzo non c’è una vittima con la quale empatizzare e un colpevole da deprecare: tanto il padre quanto la madre (che, come la figlia, non hanno un nome proprio, riuscendo a incarnare chiunque con il loro anonimato) sconfessano con le azioni la presunzione d’innocenza che professano in tribunale e davanti ai giudici. 

C’è soltanto una certezza: non si salverà nessuno. 

«Forse niente è reale» pensa la figlia, ma Atto di famiglia, pur essendo un romanzo di fiction, nelle sue ambiguità va oltre il mero presupposto di verosimiglianza per avvicinarsi, in maniera sapiente e calibrata, alla realtà.

Titolo: Atto di famiglia
Autore: Alessandra Carati
Casa editrice: Neri Pozza
Pagine: 176
Pubblicazione: maggio 2026

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