Armadio di famiglia | Gianni Denaro

Armadio di famiglia | Gianni Denaro

Dei ricordi ci si può svestire e rivestire all’occorrenza

Recensione di Simonetta Gallucci

«I miei genitori si portano ancora addosso quegli eventi, quasi fossero cappotti che non possono sbottonare. Ogni tanto se ne sentono soffocati, ma continuano a indossarli nel timore di dimenticarli, poggiati, da qualche parte – e dunque di non poterne più essere confortati. Non sanno però che dei ricordi ci si può svestire e rivestire all’occorrenza».

Lo scrive Gianni Denaro in Armadio di famiglia, suo romanzo d’esordio. Designer e docente universitario in progettazione e cultura della moda, l’autore è un siciliano emigrato, come tanti della sua generazione, a Roma per costruirsi un futuro e per affrancarsi da una famiglia “compl’cat” di cui lui è degno erede, essendo egli stesso definito un “figghij compl'cat”. 

Credo che arrivi per ognuno di noi, prima o poi, il momento in cui il desiderio di comprendere chi siamo si fa cogente e necessario; per farlo, non basta guardarsi dentro: serve tornare indietro, scandagliare l’origine, perché ciò che siamo è frutto di ciò che siamo stati, dei luoghi in cui abbiamo vissuto. Tra questi, su tutti, il più vicino e allo stesso tempo più oscuro, più doloroso da indagare, è uno: la famiglia. Si tratta di riprendere quindi quel cappotto e non limitarsi a guardarlo ma provare a indossarlo di nuovo, frugare nelle tasche, osservarne gli strappi della fodera (quelli che rivelano l’usura ma che non sono visibili dall’esterno), sentire ancora una volta sulla pelle il pizzicore della lana, il fastidio di un giromanica che ci sta stretto e prendere al volo, prima che cada e vada irrimediabilmente perso, quel bottone pencolante. 

È questa l’operazione di Denaro: un romanzo ibrido, un memoir ma anche una cronistoria famigliare, puntellata da fotografie che indirizzano la narrazione pur lasciando spazio alle digressioni e che, se nelle pagine sono in bianco e nero, vengono condensate alla fine in un vero e proprio album a colori che raccoglie trent’anni di vita. A innescare il racconto (e chissà, magari anche l’ispirazione dell’autore) è una “scena madre”, nel duplice senso di un momento apicale che vede come protagonista Santa, la madre per l’appunto, che nel dicembre del 2020 decide di disfarsi del superfluo: davanti all’armadio spalancato, sfila dalle grucce abiti, cappotti, pantaloni, giacche e via dicendo per scaraventarli sul pavimento; tra gli esuberi, anche una scatola di cravatte e una contenente delle foto. A raccogliere ciò che la madre vorrebbe buttar via c’è Gianni, il figlio maggiore, che decide di rimettere insieme i pezzi e raccontare, partendo dalle foto e da ciò che i protagonisti di quegli scatti indossano, cos’è stato quel ribollire di gioie, delusioni, pianti, risate, litigate e riappacificazioni che più semplicemente chiamiamo “famiglia”. 

Si torna così al 1990, al matrimonio tra Santa e Cristofero e, con una partizione in tre blocchi dai titoli molto evocativi (Intreccio, Sfilacciamento e Rammendo), si seguono le vicende della famiglia Denaro fino a ritornare a quel 2020 col quale si apre il romanzo.

«Come gli abiti, anche l’esistenza a volte può slabbrarsi, bucarsi a un nostro sbadato movimento», scrive l’autore, e in quei buchi talvolta capita di perdersi, o di girare a vuoto; la scrittura, però, è un rocchetto di filo di lino, che cuce e ripara, restituendo nuova dignità e significato al vestito consunto della vita. È questo ciò che Gianni Denaro, con Armadio di famiglia, fa.

Titolo: Armadio di famiglia
Autore: Gianni Denaro
Casa editrice: minimum fax
Pagine
: 236
Pubblicazione: febbraio 2026

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