Un libro sulla critica musicale stessa.
Recensione di Chiara Bianchi
David Bowie. Ogni volta che qualcuno prova a fissare sulla carta la sua vita, lui sembra già altrove, truccato diversamente, con un’altra voce, un’altra temperatura, un’altra idea di futuro. My David Bowie di Stefano Bianchi, ora pubblicato da Selides Edizioni in edizione pocket raccoglie le tracce di un inseguimento: interviste, recensioni, materiali critici che Stefano Bianchi ha dedicato a Bowie nel corso del tempo, componendo non tanto un ritratto oggettivo dell’artista quanto la mappa di una lunga, lucidissima fedeltà.
La nuova veste editoriale non è un dettaglio secondario. L’edizione pocket sposta il libro da una possibile dimensione illustrata o collezionistica a una forma più agile, quasi da taccuino di consultazione e rilettura. Non il volume da esibire sul tavolino, ma quello da prendere in mano, aprire, attraversare a strappi, tornando su un’intervista, su una recensione, su una frase che riaccende un’epoca. È una scelta coerente con la natura stessa del libro: My David Bowie non procede come un saggio scritto ex novo, ordinato e compatto, ma come un archivio vivo, un deposito di attraversamenti critici.Il titolo dichiara subito il patto. Il mio David Bowie. È una differenza sostanziale. Perché Bowie, più di molti altri artisti del Novecento, resiste alla pretesa di essere spiegato una volta per tutte. Bianchi non compone il santino laico dell’icona pop, non fa della devozione una scorciatoia critica, ma mette insieme documenti, sguardi, domande, giudizi, ritorni. Più che spiegare Bowie, lo segue.
Le recensioni permettono di vedere Bowie dentro il movimento della ricezione critica, nel tempo in cui certi dischi, certe svolte, certe apparizioni dovevano ancora sedimentarsi. Le interviste aprono invece spiragli laterali: sono luoghi in cui la figura di Bowie si rifrange attraverso voci, contesti, prossimità e distanze. Ne nasce un volume che non pretende l’illusione della totalità, ma lavora per accumulo, per montaggio, per riverberi. Un dossier affettivo e critico.
Bowie, del resto, è un oggetto critico scivoloso. Troppo grande per essere soltanto musicista, troppo consapevole per essere soltanto icona, troppo mobile per essere ridotto a una formula. Glam rock, soul sintetico, Berlino, pop, elettronica, teatro, cinema, moda, performance: ogni etichetta lo illumina e insieme lo tradisce. Il merito di un libro come quello di Bianchi è non fingere che esista una chiave unica. Il suo Bowie passa attraverso le canzoni, certo, ma anche attraverso le epoche che quelle canzoni hanno attraversato; passa attraverso l’immaginario, le posture, le reinvenzioni, le cadute, le resurrezioni. È un Bowie ascoltato, guardato, recensito, inseguito.
In questo senso, My David Bowie è anche un libro sulla critica musicale stessa. Ricorda che recensire non significa soltanto giudicare un disco, assegnargli un posto, decretarne il valore. Significa stare dentro un’epoca mentre l’opera accade, rischiare una lettura, prendere posizione prima che il canone si sia stabilizzato. A posteriori Bowie appare inevitabile; ma nessun artista è inevitabile mentre si trasforma. Il lavoro di Bianchi restituisce proprio quella tensione: l’impressione di trovarsi davanti a un artista che non chiede di essere celebrato, ma continuamente riletto.
Per chi ha letto Bianchi negli anni Novanta sulle pagine di Tutto Musica, poi, il libro ha anche il sapore particolare dell’Amarcord. Rileggere quelle recensioni significa ritrovare non solo Bowie, ma un modo di attraversare la musica quando le riviste erano ancora luoghi di formazione sentimentale e critica, quando un disco lo si aspettava, lo si cercava, lo si ascoltava anche attraverso le parole di chi lo raccontava. C’è una memoria materiale, quasi tattile, in queste pagine: la carta, le uscite in edicola, le recensioni lette e conservate, il tempo in cui la critica musicale non era un flusso istantaneo ma un appuntamento.
Ed è forse qui che My David Bowie trova la sua ragione più intima. Non è soltanto un libro su Bowie, né soltanto una raccolta di testi di Stefano Bianchi. È il racconto di un rapporto triangolare: tra un artista imprendibile, un critico che ha continuato a inseguirlo senza addomesticarlo, e quei lettori che, attraverso quelle recensioni, hanno imparato a orientarsi dentro una musica che cambiava forma. Una fedeltà non passiva, dunque; una fedeltà fatta di ascolto, memoria e rilettura. Con Bowie, probabilmente, l’unica possibile.

Titolo: My David Bowie
Autore: Stefano Bianchi
Casa editrice: Selides edizioni
Pagine: 192
Pubblicazione: 2023
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