Ventidue scrittori da Oscar raccontano i loro segreti
Recensione di Chiara Bianchi
Ci sono libri che mantengono la promessa del titolo e libri che la tradiscono in modo interessante. Sceneggiatura senza veli. Ventidue scrittori da Oscar raccontano i loro segreti, di Lew Hunter con Meg Gifford (traduzione di Francesca Montuschi, Minimum Fax, collana Cinema), appartiene alla seconda categoria. Perché i veli, in fondo, li toglie davvero, ma non tanto alla sceneggiatura quanto al modo in cui la sceneggiatura viene raccontata da chi la scrive.
La promessa editoriale è chiara: entrare nel laboratorio creativo, ascoltare ventidue sceneggiatori pluripremiati mentre spiegano come lavorano, da dove partono, cosa cercano, cosa correggono. E i nomi bastano quasi da soli a sostenere l’operazione: Billy Wilder, Francis Ford Coppola, William Goldman, Oliver Stone, Eric Roth, Callie Khouri, Alexander Payne, Jim Taylor, Alan Ball, Horton Foote, Jean-Claude Carrière e altri. Un simile allineamento di firme lascia pensare a ventidue accessi diversi al mistero della scrittura. Poi però, intervista dopo intervista, accade qualcosa di meno spettacolare e più istruttivo: le risposte cominciano a somigliarsi. Non in superficie, dove cambiano i caratteri, i film, le biografie, il tono degli aneddoti. Ma sotto questa varietà, il repertorio si restringe abbastanza in fretta. C’è chi parte dalla struttura, chi dal personaggio, chi da un’immagine e chi preferisce l’istinto. Alla fine, però, le risposte sono meno varie di quanto la mitologia dell’autore vorrebbe far credere. Ciò che rappresenta un limite, diviene pregio perché proprio la ripetizione finisce per dire qualcosa di vero. L’eccezione, quando si spiega, tende a trasformarsi in repertorio. Ed è in questo che Sceneggiatura senza veli acqusta interesse. Il suo oggetto non è più la sceneggiatura, ma la retorica del mestiere, i modi in cui gli scrittori organizzano a posteriori il racconto del proprio lavoro e gli danno una forma trasmissibile. In questo senso, Hunter è la persona giusta per mostrare questo aspetto, non solo perché è stato sceneggiatore e produttore, ma perché è stato soprattutto un uomo di insegnamento, una figura centrale della didattica di screenwriting alla UCLA. Il libro ha qualcosa di molto americano, ovvero l’idea che l’esperienza possa diventare lezione, il gesto metodo, la singolarità sapere condivisibile.
Il risultato è un libro che non si abbandona mai al culto del genio, e questo gli fa bene. Ma gli toglie anche una parte di imprevedibilità. Le interviste si dispongono con variazioni su pochi nuclei fissi: struttura, conflitto, personaggi, riscrittura e disciplina.
Sceneggiatura senza veli va letto contro la sua promessa. Non come uno scrigno di segreti ma come archivio di ricorrenze. Dove il talento è costretto a spiegarsi, riducendosi a poche formule madri. Nessuno sa davvero dire fino in fondo come scrive; al massimo sa costruire un racconto credibile intorno alle proprie abitudini, alle proprie superstizioni operative, ai propri punti di forza.
Insomma, la scrittura resta irriducibile nei risultati, molto meno nei discorsi che costruisce su di sé.
Titolo: Sceneggiatura senza veli
Autore: Lew Hunter
Traduzione: Francesca Montuschi
Casa editrice: minimum fax
Pagine: 694
Pubblicazione: febbraio 2026
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