Sacro Fuoco | Emmanuel Venet

Sacro Fuoco | Emmanuel Venet

È sufficiente l'incipit per apprezzarlo
Recensione di Paolo Perlini

«Il primo incendio che padre Philippe Lardent si ritrovò ad affrontare gli divampò nelle mutande domenica 26 giugno 1988, in occasione del battesimo di Grégoire Mourron: Marie-Ange, la madre del neonato, quel giorno indossava un abitino estivo verde mela dalla scollatura profonda, e risplendeva come una madonna.»

Ecco fatto. In tre righe o poco più, Emmanuel Venet brucia tutto: la sacralità del rito, la solennità del luogo, la maschera del sacerdote. Lo fa senza giudizio esplicito, senza strizzate d'occhio, senza tono scandalizzato. Un incipit solido e coerente: le aspettative restano intatte dalla prima all’ultima pagina.

Sacro fuoco ruota attorno a un evento preciso: il 15 aprile 2010, nella cittadina immaginaria di Pontorgueil, la cattedrale di Saint-Fruscain va a fuoco e crolla. Venet non sceglie questa data a caso: nel romanzo si sofferma su altri 15 aprile disastrosi della storia, costruendo attorno a quella cifra una piccola costellazione di catastrofi. E il lettore non può fare a meno di pensare che nove anni dopo, quella stessa data, Notre-Dame de Paris brucerà davanti agli occhi del mondo — come se la finzione avesse fiutato qualcosa che la realtà non aveva ancora detto.
Qui siamo dentro un romanzo che guarda oltre l’indagine. Venet si concentra su ciò che il fuoco fa emergere: desideri repressi, ipocrisie radicate, e la perfetta macchina sociale con cui una comunità sceglie il proprio capro espiatorio. Pontorgueil, con il quindici per cento di disoccupazione e bilanci comunali in crisi, appare come una provincia qualunque: riconoscibile, universale, fastidiosamente familiare.

La struttura è corale, costruita per capitoli brevi che cambiano punto di vista e, talvolta, anche registro narrativo. Venet si muove con disinvoltura tra il tono quasi clinico della relazione psichiatrica, la parodia del cronachismo giornalistico, la leggerezza del feuilleton e, quando descrive la cattedrale, assume quasi il passo di un divulgatore all’ Alberto Angela. A qualcuno può disorientare, ma la verità su un incendio, come su qualsiasi evento umano, dipende sempre da chi lo racconta e da dove si trova mentre lo guarda.
I personaggi sono volutamente quasi caricaturali e i nomi parlano prima ancora che aprano bocca. Lardent, il prete libidinoso. Lubrique, l'imprenditore viscido. Bouffon, il giudice. Non c'è niente di casuale in questa scelta. Venet usa l'archetipo come strumento critico, costruisce il cliché per poi incrinarlo dall'interno, mostrarne la fragilità. Il lettore parte convinto di sapere chi è chi, e poi scopre, un po' scomodo, un po' divertito, di aver fatto esattamente quello che fa la comunità di Pontorgueil: giudicare in fretta, sulla base di categorie preconfezionate.

Il fuoco del titolo, naturalmente, non è solo quello che distrugge la cattedrale. È il desiderio erotico che brucia nel prete sin dalla prima pagina. È la passione amorosa di Marie-Ange, donna che "risplende come una madonna" e porta in sé tutta la contraddizione del sacro e del profano. È il fuoco dell'ambizione politica, quello dell'avidità imprenditoriale, quello silenzioso e feroce del pregiudizio che si abbatte su Muki, l'immigrato africano dal passato indicibile che diventa inevitabilmente il colpevole ideale. Il passo da "diverso" a "capro espiatorio" è sempre meno lungo di quanto si pensi, e Venet lo sa benissimo: è uno psichiatra, ha passato una vita a osservare come le comunità proiettano fuori ciò che non riescono a riconoscere dentro.
Alla fine della lettura l’incendio resta almeno in parte un enigma. Il colpevole ufficiale viene individuato, ma il lettore sa, o sospetta, che la verità è altrove, più diffusa, più complicata, impossibile da iscrivere in una sentenza. E quando la giunta comunale rischia di approvare la costruzione di un centro commerciale sopra le rovine della cattedrale, il cerchio si chiude con la perfezione amara di una battuta che non fa ridere per niente.

Sacro fuoco si legge in fretta: è breve, denso, costruito per non lasciare respiro e per continuare a bruciare dopo. Non tanto per le risposte che non dà, ma per le domande che lascia accese: su come una comunità costruisce la propria verità, su dove finisca la fede e dove cominci l'ipocrisia, su cosa rimanga quando le fiamme si spengono e le ceneri si raffreddano. Spesso non rimane nulla, qualche volta qualcosa di nuovo.  A me, per adesso resta uno dei libri più vivi e graffianti letti di recente.

 


Titolo: Sacro Fuoco 
Autore: Emmanuel Venet 
Traduzione: Alice Laverda
Casa editrice: Prehistorica edizioni
Pagine: 230
Pubblicazione: 2026

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