Ardesia | Ruska Jorjoliani

Ardesia | Ruska Jorjoliani

L’ardesia non è solo la “pietra di Lavagna”
Recensione di Simonetta Gallucci

È una “varietà di argilla scistosa facilmente divisibile in lastre sottili, leggere e resistenti agli agenti atmosferici, adoperate per la copertura dei tetti, per rivestimenti idrofughi, lavagne, ecc.”, leggo sul sito di Treccani, mentre di fianco a me ho ancora il romanzo di Ruska Jorjoliani che porta appunto questo titolo; una sola parola, nera su fondo crema: Ardesia. Navigo in rete senza una direzione, mentre raccolgo le idee, e mi imbatto in un’intervista all’autrice, georgiana trapiantata a Palermo, nella quale si parla dell’ardesia come di una pietra che permette la scrittura e la riscrittura: al pari della memoria, dice lei; io quoto e sottoscrivo. 

In Italia vengono pubblicati ottantacinquemila titoli all’anno, una cifra che mi provoca una vertigine, se ci penso. Anche se volessi rinunciare al lavoro, al sonno e a qualunque altra attività per dedicarmi solamente alla lettura, non riuscirei a stare al passo. Nessuno potrebbe. Così, con un certo grado di colpevolezza diluita nella rassegnazione, accetto l’imparità del confronto, con la speranza che se il destino vuole che io legga un libro, quel romanzo in qualche modo arriverà a me. È successo anche in questo caso: qualche tempo fa un amico me ne ha parlato entusiasticamente; ho preso un appunto che poi ho perso, dimenticando il suo consiglio. E poi, l’altro ieri, mentre ordinavo un altro libro (l’unico vizio che non vorrei perdere), ho girato la testa verso sinistra e ho visto questo a scaffale. L’ho comprato senza pensarci troppo, l’ho sfogliato uscendo dalla libreria e sono rimasta folgorata dall’incipit: “Stamattina mi sono messa le ballerine dorate, comprate su Vinted, senza avere il minimo sospetto che avrei dovuto farmi strada, qualche ora dopo, tra le ossa sparpagliate di un mio antenato”. Basta, per me aveva già vinto. 

In sole 115 pagine, Ruska Jorjolani affronta una storia minima e allo stesso tempo fondativa: l’esumazione del bisnonno, una figura fatta di “materiale iridescente” diventa il prisma attraverso il quale l’autrice racconta il Paese d’origine, una Georgia fatta di tradizioni, riti e usanze, che sfugge alla gabbia turistica di B&B e torri illuminate dal basso autocostruitasi (un po’ come certi paesi del Sud che, pur di sopravvivere, si svendono all’immaginario collettivo), e lo interpreta per noi, un po’ come fa la protagonista coi suoi ospiti Martin e Francesca, rendendocene l’essenza. 

Ciò che più mi ha colpita, però, è la lingua, e qui azzardo un paragone, perché leggere Ardesia mi ha ricordato la storia di Agota Kristof, autrice ungherese che scrisse le sue opere in francese, quindi senza il conforto della “lingua madre” e il conseguente rischio, nella moltitudine di parole possibili, di scegliere la più immediata. Allo stesso modo, in Ardesia si percepisce una tensione e un’attenzione non solo al senso e al significato, ma anche al suono: le parole si inanellano in frasi e vanno a comporre una melodia che si attesta su tonalità acute, con una ricercatezza che stupisce e affascina. E, come l’ardesia, resta.

Titolo: Ardesia
Autore: Ruska Jorjoliani
Pagine: 128
Casa editrice: Italo Svevo
Pubblicazione: ottobre 2025

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