Seguendo la scia di poesie lasciate in volo, si impara che perdersi può essere la forma più alta di orientamento.
Recensione di Paolo Perlini
Per chi, come me, si occupa abitualmente di narrativa, l’incontro con la poesia può somigliare a un salto nel buio. Eppure, il primo impatto con l’opera di James Tate avviene ancora prima di aprire il libro, attraverso la forza d'urto di due sole parole: Il pilota scomparso. È questo il potere quasi magico della sintesi poetica: la capacità di scatenare la mente e suggerire interi mondi prima ancora che inizi il racconto.
D’istinto, quel titolo ha messo in moto una successione di immagini: ho pensato subito a Roger Waters e al trauma del padre perduto in guerra (un nucleo di assenza che, pur con ruoli militari diversi, accomuna i due artisti), poi il pensiero è volato al mistero di Amelia Earhart, alla solitudine eroica di Saint-Exupéry, fino a risalire al mito di Icaro. Ma c'è dell'altro: il termine "pilota" richiama anche quella figura, quasi biologica, che indica la rotta agli altri. In questo senso, Tate è stato un "uccello pilota" per intere generazioni di scrittori, un battistrada che ha aperto sentieri nell'ignoto.
È sorprendente constatare come un autore di questo calibro sia rimasto per decenni un’ombra nel nostro mercato editoriale. Nonostante un Premio Pulitzer, un National Book Award e una carriera da pilastro della letteratura americana, nessuna grande casa editrice italiana aveva mai colmato questo vuoto. Il lavoro di Garganta Press non è dunque solo una pubblicazione, ma un atto di giustizia verso un poeta capace di usare una lingua “semplice che anche cani e gatti possono leggere”, pur mantenendo una profondità metafisica rara.
Tate si definiva un “impurista”, mescolando i registri alti della tradizione con la polvere della vita quotidiana. Per un lettore di narrativa, la sua forza risiede proprio in questa “impurità”: le sue poesie sono spesso piccole parabole narrative, storie che cercano di infondere vita a ciò che sembra senza speranza.
Il paradosso finale è che il “pilota scomparso” inizia come un dramma privato (il padre che non torna dalla guerra) e finisce per diventare una categoria letteraria. Matthew Zapruder nell’introduzione racconta come i giovani allievi di Tate, nel tentativo di seguire la rotta tracciata dal maestro, venissero chiamati ironicamente essi stessi "Lost Pilots": poeti che, nel desiderio di imitarlo, finivano per perdersi nel suo immenso e surreale cielo creativo.
Volo
Il frigorifero canta
come un grillo triste
e proprio quando mi convinco
che sia l’unico rumore
nell’edificio, un vaso cade
al 2B. I miei vicini di entrambi
i lati improvvisamente
realizzano
che non fanno
l’amore con le loro mogli
dal 1947. Il frastuono
si moltiplica. Un tizio in corridoio
insegna al suo cane a volare.
Disgustati, i pesci
sbattono le teste blu
contro un acquario freddo. Io pure
perdo il controllo e avverto
nel mucchietto di polvere all’angolo
una minaccia alla mia resistenza.
Se tu fossi qui, non sopporteremmo
bastardini volanti
o cospirazioni della polvere.
Guideremmo per tutta la notte,
la tua testa appoggiata sulla mia spalla.
All’alba, ti toccherei appena
con le mie dita inquiete, e direi,
Siamo già in Idaho.
Si sfogliano le pagine, si leggono le poesie, e senza accorgersene si finisce per volare sulla stessa rotta, persi in un cielo surreale.
James Tate è morto all’età di settantun anni. Ci ha lasciato più di venti raccolte di poesia e prosa. Nel corso della sua carriera, ha vinto praticamente ogni premio che un poeta americano potesse ambire a ricevere, inclusi il Pulitzer e il National Book Award.

Titolo: Il pilota scomparso
Autore: James Tate
Traduzione: Clarissa Amerini e Bernardo Pacini
Pagine: 216
Pubblicazione: 2026
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