Il libro di Möbius | Catherine Lacey

Il libro di Möbius | Catherine Lacey

Copertina indaco o copertina rosa?

Recensione di Simonetta Gallucci

Questo è il primo aspetto che attira l’attenzione: il nuovo romanzo di Catherine Lacey, già nota in Italia per Nessuno scompare davvero e ancor di più per Biografia di X, è un “oggetto bifronte”, come è stato spesso definito. Lo vedi esposto e pensi: “Ah che idea simpatica, ci sono due varianti di copertina!”. Invece no, ci sono proprio due libri diversi in uno, o un libro solo con due anime. Sfogliandolo, si entra in un gioco alla Matrix: pillola rossa o pillola blu? In questo caso, la domanda sarebbe: “Copertina indaco o copertina rosa?”. 

Sono partita dalla indaco, per imbattermi in un memoir, un resoconto autobiografico dell’autrice sulla fine della sua relazione con quello che viene chiamato sempre e soltanto “il Motivo” (per i più curiosi, pare si tratti dello scrittore e poeta Jesse Ball), un manipolatore che ci va giù pesante con la maieutica e, anche quando la molla, lo fa come se stesse esaudendo un desiderio inespresso di lei, da sommo conoscitore della sua interiorità. Comincia così per la protagonista (o per l’autrice) un pellegrinaggio tra case di amici, esperienze più o meno mistiche, riflessioni sulla fede e su tutto il resto, proprio come capita a chiunque (credo), in una situazione simile, di arrovellarsi sui “perché” e sui “come”, di andare a ritroso col piglio da investigatore alla ricerca dei sintomi trasformatisi poi in una diagnosi di incompatibilità. Vengono poste tante domande in questa parte ma le risposte, nel libro come nella vita, non esistono. 

“In fondo si potrebbe affermare che una buona metà se non la totalità della letteratura pubblicata sia un modo di piangere in pubblico”, scrive la Lacey.

E infatti poi c’è l’altra metà, di pura fiction. 

Edie e Marie si ritrovano a casa di quest’ultima, entrambe provate: la prima dalla fine di una relazione tossica (non ricorda anche a voi qualcuna?) e l’altra dall’essere stata sbattuta fuori di casa (ehi, ma anche qui c’è una certa similarità…) per aver tradito. Al di là della porta, intanto, si allarga una pozza di sangue proveniente dall’appartamento dei dirimpettai. Nella conversazione-fiume tra le due amiche spunta anche un cane parlante, al quale viene affidato il compito di dare voce a una verità per disillusi: “Gli esseri umani hanno dei bisogni e a volte, quando i loro bisogni sono soddisfatti, lo chiamano amore”.

Allora, forse la domanda che l’autrice ci pone con Il libro di Möbius, il cui titolo rimanda al “nastro di Möbius” (una striscia in cui un’estremità viene ruotata di centottanta gradi e unita all’altra, dando corpo a una superficie non orientabile) è: “Fiction o autofiction?”. L’autrice risponde mostrando empiricamente come l’esperienza personale sia duttile, plasmabile in una storia d’invenzione oppure oggetto d’introspezione di un memoir, e come realtà e immaginazione siano interdipendenti, fatte di un materiale poroso. Ciò che conta, quindi, non è solo il “cosa” si scrive ma anche il “come”: Lacey chiarisce che, se sei capace di farlo, tutto può essere trasformato in letteratura.

Titolo: Il libro di Möbius
Autrice: Catherine Lacey
Traduttrice: Tiziana Ciuffoletti
Pagine: 216
Casa editrice: SUR
Pubblicazione: marzo 2026

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