Un’immersione ipnotica nell’alchimia di Ithell Colquhoun, dove il racconto non spiega il mistero ma lo rende un’esperienza viva e inquietante.
Recensione di Chiara Bianchi
Pubblicato nel 1961, Goose of Hermogenes appartiene alla stagione più appartata e più radicale di Ithell Colquhoun, figura anomala del surrealismo britannico, pittrice e scrittrice sempre attratta da ciò che nel surrealismo eccedeva il programma e sconfinava nella pratica esoterica. Non stupisce che L’oca di Ermogene, uscito in Italia da poco per Edizioni di Atlantide nella traduzione di Gaia Baldassarri, sia un libro in cui il simbolo non si limita a rappresentare, ma modifica dall’interno il ritmo, l’atmosfera e la logica del racconto. Del resto, il titolo stesso rinvia a un nome raro della pietra filosofale e orienta sin da subito il romanzo verso una logica di trasmutazione più che di allegoria.
Non è facile scrivere de L’oca di Ermogene senza compiere subito un torto al libro finendo per spiegarlo troppo, riducendolo a una costellazione di simboli abbastanza riconoscibili da renderlo innocuo. È il rischio dei romanzi che hanno a che fare con l’esoterico, con l’alchimia, con il sogno. Vengono letti come sistemi, mentre la loro vera forza sta spesso altrove, in una qualità della pressione, in un modo di stare sulla soglia. Colquhoun questo rischio lo conosce e lo attraversa con una fermezza rara.
Più che raccontare una vicenda, il romanzo costruisce una temperatura mentale. Una camera chiusa in cui le cose smettono di essere semplicemente cose e acquistano una specie di eccedenza, una forza laterale che permette di guardare verso un altrove. Non c’è nulla di davvero allegorico perché nulla rimanda a un significato stabile. Le immagini sono lì per inquietare la materia del reale, per farla slittare di stato.
È questo che rende il romanzo così poco disponibile a una lettura di consumo e così resistente, invece, alla memoria. Colquhoun lascia fermentare il simbolo dentro la frase, dentro l’atmosfera, dentro le relazioni di prossimità tra le cose. Il suo non è un immaginario illustrativo, è attivo. Lavora per condensazione, per contagio. L’esoterico è una modalità percettiva.
L’intera storia sembra respirare in un ambiente sottratto, dove il mondo esterno non è assente bensì neutralizzato, tenuto fuori affinché ciò che resta possa diventare quasi insopportabile.
Leggendo si ha spesso l’impressione che ogni scena si svolga un po’ sotto il livello del visibile, dove anche la quiete comincia a prendere una consistenza minacciosa.
Non è solo una favola ermetica, questo significherebbe lasciarsi sfuggire il tratto più vivo, quello del sapere custodito come interdizione e del desiderio che cerca altre vie per articolarsi. Anche ciò che potremmo chiamare femminile non si presenta come tema, ma come campo di tensioni: spazio sorvegliato, corpo investito da forze, accesso negato, metamorfosi come unica via di uscita.
L’autrice non vuole essere enigmatica, vuole preservare l’opacità necessaria delle cose quando sono in fase di mutazione.
Restano immagini, ma soprattutto resta una qualità dell’esperienza di essere stati in un libro che rende il simbolo nuovamente vero.
Sto ascoltando, oh sto ascoltando adesso, finalmente ho orecchio per sentire.
Titolo: L’oca di Ermogene
Autrice: Ithell Colquhoun
Traduzione: Gaia Baldassarri
Casa editrice: Atlantide edizioni
Pagine: 112
Pubblicazione: 2025
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