Misurare il vuoto | Caterina Villa

Misurare il vuoto | Caterina Villa

 

Recensione di Chiara Bianchi

Sulle rive del Trasimeno c’è una roulotte aperta a chiunque abbia bisogno di un rifugio. È un’immagine semplice, quasi dimessa, e proprio per questo potente: un luogo provvisorio, esposto, attraversabile, che Misurare il vuoto – romanzo d’esordio di Caterina Villa per Lindau – trasforma nel proprio centro di gravità. Intorno a quello spazio, l’autrice dispone Nicola, Ofelia e Simone, costruendo un romanzo corale in cui il passato non se n’è mai davvero andato.
La prima cosa che colpisce è che la roulotte non funziona soltanto come emblema del dolore o del non detto. Nei momenti migliori, il libro la lascia esistere come luogo materiale, fatto di odori, superfici, piccole riparazioni, gesti minuti. Quando Nicola entra e sistema, la scrittura prende bene la misura del concreto: colla, muffa, tisana, spifferi, silicone, mensole, il corpo di un uomo che abita quello spazio come si abita qualcosa di necessario e provvisorio.

Il dolore, del resto, è la materia viva del libro. Non però come tema dichiarato o etichetta esistenziale. Villa prova a raccontarlo prima come pressione, contraccolpo, ingombro fisico. Ofelia sente il mondo come se le facesse male alla «carne viva»; Simone ha addosso un «dolore bianco e tondo»; Nicola conosce il passato attraverso il respiro che si inceppa, il torace che stringe, e il corpo che non riesce più a tenere separati ricordo e presente. Il romanzo insiste molto sul dolore come qualcosa che si porta in gola, nei polmoni, nelle dita, nei muscoli, negli odori che riaprono le stanze del tempo.
È anche da qui che nasce la sua forma più riconoscibile. Il romanzo lavora per addensamento: percezione, memoria, reazione fisica e immagine tendono a stare molto vicine, spesso dentro la stessa unità di frase o di scena. Il passato non si organizza come un altrove stabilmente separato, rifluisce. Rientra subito, contamina l’adesso, ne altera la temperatura. In questo senso Misurare il vuoto non mette in scena personaggi che ricordano, ma personaggi in cui il ricordo continua a succedere. Questa è una scelta precisa, e in parte persuasiva. Certi traumi non si dispongono ordinatamente nella vita, ma restano incastrati nei gesti, negli oggetti, nei luoghi, nei piccoli automatismi del corpo. Ma è anche su questa soglia che la scrittura di Villa si espone di più.  Poiché tutto tende a restare molto vicino, l’intensità rischia talvolta di distribuirsi in modo continuo. La pagina mantiene a lungo uno stato di allerta che finisce, in alcuni passaggi, per uniformarne la pressione.
Villa preferisce una lingua che reagisce subito, che non lascia decantare troppo, che rilancia. Quando funziona, questo dà al romanzo nervo e prossimità; quando insiste, lo rende più saturo.
Le tre voci principali si distinguono, ma restano interne a una stessa matrice stilistica.
Resta un romanzo riconoscibile, capace di trovare nei luoghi e negli oggetti una consistenza che spesso vale più di molte spiegazioni. Con la sua scrittura di prossimità, Villa sceglie di stare sul bordo dell’eccesso, addosso alle ferite dei suoi personaggi.

«L’aria, le persone, il mondo fanno male quando toccano la carne viva.» 

 

Misurare il vuoto | Caterina Villa
Collana Contemporanea
Pubblicazione: 13 febbraio 2026
Pagine: 268
Formato: 13 x 21 cm

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