Quattroventi | Raffaello Di Mauro

Quattroventi | Raffaello Di Mauro

Innamorarsi di Angiola è facile, difficile invece è dimenticarla dopo aver chiuso Quattroventi.
Recensione di Paolo Perlini

Anche questa volta Raffaello Di Mauro ci porta in una Sicilia degli anni '30, dove la cenere dell'Etna si mescola al mormorio del torrente Fogliarino. Un mondo fatto di marabecche dei pozzi, allocchi e superstizioni che si mescolano a riti religiosi.

In questo paesaggio sospeso tra due mondi emerge Angiola. Credo che sia facile, quasi immediato, innamorarsene. Sebbene Quattroventi (edito da 21lettere) ce la presenti nel suo ruolo sociale di prefica e guaritrice, avvolta in un nero d'ordinanza, durante la lettura è impossibile non percepirla come una creatura di luce. L'ho sempre immaginata bionda, un angelo etereo che attraversa il fango di una vita fatta di abbandoni e violenze senza lasciarsene sporcare. In lei vive un contrasto potente: da una parte l'eredità di nonna Agata, che le ha insegnato a leggere i segreti delle erbe e della terra; dall'altra una purezza spirituale che né la cattiveria degli uomini, né le maldicenze del paese, né il trauma dell'abbandono dei genitori sono riusciti a piegare.

Angiola trasforma il suo dolore più grande, la perdita del figlio Salvuccio, in una missione per gli altri. Mette a disposizione la sua sapienza, curando i corpi con le erbe imparate da nonna Agata e curando le anime con il rito dei lamenti funebri. Il suo soprannome, "Angiola dei Quattroventi", richiama un luogo reale di Piedimonte Etneo: un incrocio di correnti che simboleggia perfettamente il suo vivere sulla soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti. A fare da contrappunto alla sua fiera dignità c'è un omuncolo di podestà, Aurelio Scornavacca, già incontrato ne L'affare del Danso e altri cunti. Chi lo ricorda saprà già cosa aspettarsi: lo stesso lato meschino e infantile dell'animo umano, la stessa bassezza quasi animale, che qui risalta ancora di più accanto alla luminosità di Angiola.

La scrittura di Di Mauro è sempre scorrevole e incanta il lettore. L'uso delle parole dialettali non è un semplice vezzo: termini come mavara o iastìme restituiscono alle descrizioni e ai volti dei personaggi una pastosità unica e una luce particolare. È un linguaggio che dà corpo alle immagini, rendendole concrete, quasi tattili, come se i protagonisti uscissero dalle pagine per camminarti accanto.

Alla fine della lettura ho provato quasi il desiderio di entrare nel "Quaderno dei Lamenti" di Angiola, di sapere cosa canterebbe per me, quali parole sceglierebbe e che suono avrebbero sulla sua bocca in quel dialetto. Senza fretta, intendiamoci.

…le persone che perdiamo non spariscono. L’altro mondo è accanto e dentro di noi. Basta lasciare aperta la porta degli angeli.


Titolo: Quattroventi
Autore: Raffaello Di Mauro
Casa editrice: 21lettere
Pagine: 214
Pubblicazione: 25 febbraio 2026

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