La donna sulla pietra | Ivo Andrić

La donna sulla pietra | Ivo Andrić

Ogni racconto sposta il fuoco, cambia la distanza, la luce, persino il modo in cui il mondo si lascia guardare. 
Recensione di Chiara Bianchi

Il racconto eponimo, Žena na kamenu, risale al 1954; oggi Bottega Errante Edizioni lo ripropone in una raccolta di nove testi dal titolo La donna sulla pietra, tradotti da Alice Parmeggiani e curati da Božidar Stanišić, restituendo un Andrić meno frequentato e più raccolto. Non quello delle grandi campate storiche, delle strutture larghe, dei romanzi che tengono insieme secoli, paesaggi e comunità bosniache. Qui la scrittura si restringe, va a cercare il punto in cui una vita non si rompe ancora, ma cambia peso. Il momento in cui il corpo smette di essere solo presenza e comincia a sapere qualcosa che la coscienza ritarda, copre, non vuole ancora ascoltare. 

Dire che è una raccolta sulle donne sarebbe una semplificazione. Il femminile in questi racconti non è un tema, ma una zona di pressione. È lì che Andrić addensa desiderio e vergogna, esposizione e riparo, costrizione e silenzio, tempo e materia viva. Le donne che attraversano questi testi non formano una galleria, non si lasciano chiudere in una serie di ritratti, non offrono nessuna pacificante tassonomia dell’animo. 

Ogni racconto sposta il fuoco, cambia la distanza, la luce, persino il modo in cui il mondo si lascia guardare. 

Per questo La donna sulla pietra e Ferie al Sud, messi uno accanto all’altro, bastano quasi a dire l’intera raccolta. Nel primo racconto il corpo femminile è una superficie esposta, ma già sul punto di diventare estranea a chi lo abita. Non succede nulla di vistoso. Nessun colpo di scena, nessun dramma costruito. La frattura lavora più in basso. Si deposita. Comincia nel momento in cui non si coincide più con la propria immagine e il corpo diventa il luogo in cui il tempo prende parola, ma lo fa male, di traverso, senza linguaggio. Non come idea, ma come attrito, quasi una vergogna opaca. Come sapere che arriva dalla carne e mette tutto fuori asse. È questo che Andrić controlla con una precisione quasi crudele, scegliendo di non spiegare la ferita, di non commentarla, ma la lascia salire fino a dare al tempo una forma. L’invecchiamento non appare come tema, ma come perdita di coincidenza con sé, come una piccola insurrezione del corpo contro l’immagine che ancora ci ostiniamo a dargli. 

In Ferie al Sud il movimento è un altro. Qui il reale si fa più sottile, resta intatto eppure si vela, l’esperienza perde il suo peso specifico senza però abbandonare davvero il mondo. C’è una sospensione che non sfocia mai apertamente nel fantastico, ma sposta tutto di quel poco che basta per rendere tutto incerto. 

Ivo Andrić non offre una rappresentazione della donna, ma fa del femminile un punto di intensificazione narrativa. Attraverso queste figure passano la vulnerabilità, il desiderio, la paura dello sguardo altrui, la possibilità della violenza, il bisogno di sottrarsi e di non lasciarsi afferrare. Avvicina chi legge a una piega dell’esistenza. Anche nei racconti più brevi la scrittura resta esatta, serrata, capace di dare peso a ciò che non si annuncia. 
Questa pubblicazione di BEE ha allora un merito preciso, quello di riportare in luce una zona dell’opera di Ivo Andrić in cui la forma breve rafforza quell’avvicinarsi al punto in cui la vita comincia a cedere, con una capacità di stare nell’incrinatura senza offrirle conforto. 

Ma suscitata da quel potente, esacerbato desiderio di scomparire, si accende in lei, proprio al centro del suo corpo, là dove le costole si separano, una scintilla minuscola, che tuttavia fa divampare un fuoco, piccolo ma di terribile potenza, che si diffonde facilmente, scacciando il gelo e trasformandolo in un incendio. Infine, tutto quel ghiaccio interiore si fa fiamma, e lei, attraverso la nebbia e il calore, parla a se stessa: "Da dove tanto sangue in me?

Da dove sgorga e perché così bollente? Brucerò!".

Sì, anche questo è un modo per scomparire. Sì, non resta che scomparire, bruciare del tutto, incenerire questo corpo che ha così vilmente tradito, che le ha sconvolto l'esistenza trasformandola nell'opposto di ciò che era sempre stata e che unicamente poteva essere. Bruciare in ogni fibra, pienamente, fino in fondo, in un rogo onnipotente, puro, onorevole, irrevocabile. Bruciare senza lasciare resti, perdersi in un incendio universale di mondi, come fuoco nel fuoco.

(da La donna sulla pietra)

Titolo: La donna sulla pietra
Autore: Ivo Andrić
Traduzione: Alice Parmeggiani
Curatela: Božidar Stanišić
Postfazione: Božidar Stanišić

Pagine: 176
Casa editrice: Bottega errante edizioni
Pubblicazione: 2026

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