Maledetti uomini | Andrev Walden

Maledetti uomini | Andrev Walden

Andrev Walden racconta un’infanzia complicata con uno sguardo ironico e doloroso. Ne nasce un memoir sincero, capace di far sorridere e stringere il cuore nella stessa pagina.
Recensione di Paolo Perlini

È una bellissima sensazione quando, aprendo un romanzo, si trova che tutto sfiori la perfezione: la copertina, la trama e lo stile dell'autore sembrano incastrarsi in un meccanismo impeccabile. Maledetti uomini di Andrev Walden regala esattamente questo piacere, presentandosi come un memoir folgorante, capace di raccontare un’infanzia complicata con un’ironia e una sincerità disarmanti.

Il racconto prende il via da una scoperta che ribalta il mondo del protagonista: a sette anni, Andrev apprende che l'uomo che ha sempre chiamato papà non è il suo vero padre. Questo evento inaugura una giostra di traslochi e sfilate di uomini che entrano ed escono dalla sua vita con la stessa leggerezza con cui ci si cambia d'abito. Walden sceglie di identificarli non con i loro nomi, ma attraverso soprannomi evocativi e grotteschi che li trasformano nei personaggi di una favola rovesciata: il Mago delle Piante il Ladro, l’Assassino, l’Artista, il Pastore, il Canoista…Ognuno di loro porta con sé un'idea fragile o sbagliata di mascolinità, rendendo il libro un'indagine profonda sul maschile e su quegli adulti mediocri che si fanno chiamare "papà" senza mai esserlo davvero.
Il suo vero padre è l’Indiano di cui però non ha alcun ricordo.

In questo universo accidentato si muovono figure memorabili come gli amici del protagonista, tra cui spicca il Ciclope, così chiamato perché ci vede poco da un occhio e possiede il dono singolare di far accadere disgrazie ovunque posi lo sguardo. Accanto a lui, altri compagni di avventura come il Gelido, il Metallaro contribuiscono a popolare un'adolescenza vissuta come un territorio popolato da adulti fragili e pericolosi.
Al centro di questo caos resta la madre, una figura forte e silenziosa, mossa da una vera e propria attrazione per figure selvagge o tormentate. Walden la descrive con una lucidità che non risparmia le sue colpe materne e la sua incapacità di offrire stabilità, e lo fa con una dedica d'amore totale ("Per mamma. Niente di passivo-aggressivo"), riconoscendo che la sua "follia" era ciò che rendeva la loro vita magica. 

La cifra stilistica più riuscita è il gioco di contrasti tra la voce del bambino e quella dell'adulto. Walden mantiene lo sguardo diretto e curioso del piccolo Andrev, un "bambino senza qualità" che non salva nessuno, osserva, assorbe e registra tutto con una resa apparentemente indolente.
È una prosa che cammina sul filo del rasoio: le battute sono spiazzanti e l'ironia è spesso spietata, ma il trauma non viene mai negato. Al contrario, questa ironia lo rende più umano e sopportabile.
Maledetti uomini ci accompagna per oltre quattrocento pagine con leggerezza e ci lascia con una domanda aperta e profonda: cosa rende, alla fine, una persona davvero un padre?
Ed è uno di quei romanzi di cui preferisco non parlare troppo perché temo che faccia lo stesso effetto dei trailer dei film: rischi di rovinare la sorpresa.

«C’è una calma, in tutto questo, che imparerò ad amare. Mi piace già, ma non capisco che è un’eccezione, che donne e bambini appartengono a una specie e i padri a un’altra e che le due specie combattono una complessa guerra millenaria in cui l’unica tregua si trova negli intervalli tra una battaglia e l’altra».


Titolo: Maledetti uomini
Autore: Andrev Walden
Casa editrice: Iperborea
Pagine: 448
Pubblicazione: 15 gennaio 2026

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