Vita e opinioni di un cazzo | Alphonse Momas

Vita e opinioni di un cazzo | Alphonse Momas

Recensione di Chiara Bianchi

Di Alphonse Momas non resta solo un nome, ma una piccola folla fatta di pseudonimi: Bébé, Clic-Clac, Tap-Tap, Pan-Pan, Fuckwell, L’Érotin, Trix… una sfilata di alias quasi più lunga della sua biografia, per uno degli autori erotici francesi più instancabili del suo tempo. Funzionario della Prefettura della Senna negli anni Novanta dell’Ottocento, la sera si trasformava in un artigiano di pornografia colta: si parla di centinaia di testi tra romanzi e libretti clandestini. Poi, quasi per un contraccolpo, negli ultimi anni una svolta mistica, radicale. Quanto alle scene più spinte, giurava di non averne inventata neppure una: a suggerirle sarebbe stato un amico prete, pieno di peccati ascoltati in confessionale. 
Dentro questa doppia vita, impiegato e stenografo del desiderio, si colloca il dittico che WoM Edizioni pubblica ora in italiano Vita e opinioni di un cazzo, affiancato a Bizzarre voluttà, nella traduzione di Matteo Pinna e impreziosito di immagini del disegnatore e caricaturista inglese Thomas Rowlandson. Un piccolo scavo archeologico nel sottobosco erotico francese, che riporta in superficie il laboratorio narrativo di Momas sul corpo maschile, i suoi imbarazzi e le sue smanie di grandezza. 

L’idea di partenza è semplice e spiazzante: la voce narrante non è l’eroe, ma il suo pene. Non Julien, giovane borghese, ma l’organo che porta con sé. A registrare pulsioni, trionfi immaginari, fiaschi reali e inciampi del desiderio è il suo pene. Nel farlo, Momas gioca contro l’icona stessa del fallo. L’organo che la cultura maschile vorrebbe erigere a simbolo del potere qui si rivela fragile, chiacchierone, vanitoso e spesso patetico. Un narratore egocentrico convinto di essere al centro del mondo, continuamente smentito dai fatti. 
Il romanzo, o la confessione, vive sul crinale dell’abbastanza esplicito da rivendicare la propria natura erotica, ma anche dell’ironico tale da trasformare l’eccitazione in satira di costume. Il maschile finisce per raccontarsi da solo e nel farlo si smonta. 
Ci sono almeno due fantasmi nella letteratura italiana che con il pene parlante entrano subito in risonanza: Moravia e Malerba. Entrambi operano sul tema negli anni Settanta del Novecento. 
In Io e Lui, Moravia mette in scena lo sdoppiamento tra lo scrittore e il suo pene, voce istintiva e sabotatrice. Il romanzo è un duetto nevrotico del maschile tra l’io e la carne. 
Malerba, ne Il protagonista,  compie un passo ulteriore: l’uomo sparisce lasciando il membro a osservare, deformare, giudicare. L’organo si fa punto di vista. 
Letto accanto a questi due esempi a noi più prossimi, Momas sembra il parente indecente arrivato in anticipo, quello che prende sul serio e fino in fondo l’illusione fallica e lascia parlare il membro senza contraddittorio, dimostrandone, però, una certa vulnerabilità. 

Bizzarre voluttà, nella seconda parte del volume, sposta il fuoco. Non più un solo organo al centro della scena, ma un piccolo catalogo di situazioni e deviazioni del desiderio. Stranezze in cui il piacere è sempre un po’ troppo, un po’ teatrale e altrettanto ridicolo. L’accostamento tra i due testi ci permette di aprire una finestra sull’officina di Momas: da un lato il monologo fallico, dall’altro la galleria delle sue possibili deformazioni. 
Ne esce un piccolo trattato involontario sulla crisi del maschile. Dare voce al membro fallico non rafforza il suo dominio, ma lo ridicolizza, lo espone, lo costringe a balbettare. 
Leggere oggi Momas significa incontrare un antenato scomodo che da un lato ci presenta la macchina dell’erotismo ottocentesco, con i suoi stereotipi e le sue ingenuità, dall’altro ci permette di ascoltare ciò che un’epoca cerca di nascondere. 

Qui, il fallo con le sue vanterie e le altrettante figuracce fa saltare la compostezza della buona società che lo ha inventato.

Titolo: Vita e opinioni di un cazzo
Autore: Alphonse Momas
Pagine: 220
Casa editrice: WoM edizioni
Pubblicazione: 16 settembre 2025

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