Il paese perduto è in tutti quei luoghi lontani dalle città e dal tempo dove la vita si fa gioco da sopportare e la salute qualcosa con cui scherzare.
Recensione di Paolo Perlini
Tutti i libri che si portano a termine, a modo loro meritano di essere considerati buoni. Alcuni sono appassionanti, coinvolgenti, tanto che li si divora in poche ore. Ma il migliore lo si riconosce perché si fa leggere in modo diverso, quasi lento, e continua a farlo anche dopo che lo hai chiuso, riecheggiando per giorni e saltando fuori nei tuoi pensieri ogni tanto.
Paese perduto di Pierre Jourde, pubblicato in Italia da Prehistorica Editore, appartiene indiscutibilmente alla seconda categoria e, a questo punto dell’anno, credo che sia stata la migliore lettura del 2025. È un libro da catalogare non tra i "letti", ma tra i "rileggerò".
A livello narrativo, il Paese perduto è un villaggio nell’aspro e remoto Massiccio Centrale francese, un’Alvernia di vulcani spenti e foreste quasi impraticabili, dove il tempo sembra essersi paralizzato.
È, come recita la voce narrante, un luogo in cui «non si arriva che smarrendosi». Jourde non concede illusioni: nel Paese perduto non c’è rinascita, né possibilità di riscatto. Chi resta è già in partenza, chi se n’è andato non tornerà davvero mai. Tutti sembrano vivere con la valigia in mano, come se il futuro fosse stato abolito e il presente ridotto a una lenta sopravvivenza. È questo, forse, l’aspetto più disturbante del libro: non la durezza delle immagini, ma la constatazione che tutto è già accaduto.
Jourde racconta questa realtà con forza e autenticità, senza renderla folcloristica. La trama è solo un pretesto: il ritorno del protagonista parigino, richiamato da un'eredità, e le due lunghe giornate scandite dalla veglia e dal funerale della giovane Lucie. Jourde non indora la pillola: racconta il degrado, la grettezza, l'alcolismo e l'orrore, senza sconti e talvolta lo fa con ironia, lasciandoci con la bocca aperta. Eppure, da questa materia degradata nasce una bellezza inattesa. Le cose più insignificanti, sporche o grottesche diventano letteratura di altissimo livello. Jourde riesce in qualcosa di raro: non nobilita ciò che racconta, ma lo trasfigura, trasformando la bruttezza in una forma di splendore inquieto.
Non è un caso che questo libro abbia provocato scandalo e violenza reale nei luoghi che racconta. Paese perduto dimostra che la letteratura, quando è onesta fino in fondo, può ferire. Scrivere, qui, non è un atto neutro né nostalgico, ma un gesto che rompe equilibri, espone, tradisce e insieme ama. In alcune pagine la prosa, cadenzata come un incontro sul ring, assesta pugni che non cercano la ferita, ma l'impatto emotivo, lasciando infine il lettore imbambolato, come un pugile suonato. Jourde scrive come tira a boxe e accetta di pagarne il prezzo.
Sì, Paese perduto è una lettura che lascia il segno e Pierre Jourde uno di quegli autori di cui sono felice di avere scoperto, seppure tardi, dopo aver letto Il viaggio del divano letto.
Ogni tanto ci vuole qualcuno che scuota le pareti della propria libreria.
L’unica disperazione unica non differisce in nulla dalle altre disperazioni uniche.

Titolo: Paese perduto
Autore: Pierre Jourde
Traduzione: Claudio Galderisi
Casa editrice: Prehistorica edizioni
Pagine: 202
Pubblicazione: 2019
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