Recensione di Chiara Bianchi
Dopo Cenere; Elias Portolu; Il vecchio e i fanciulli, nella ripubblicazione dell’opera di Grazia Deledda da parte di Utopia Editore è il turno di Annalena Bilsini.
Uscito nel 1927, appartiene alla piena maturità di Deledda. Lontano dalla Sardegna aspra e leggendaria, questo romanzo si svolge nelle campagne del Nord. Cambia il paesaggio ma non la durezza dei destini. La terra padana è un altro volto dello stesso problema: come sopravvivere quando la vita è tutta fatica e debito.
Al centro della storia c’è la famiglia Bilsini: Annalena, vedova, madre, governate di una casa affollata di uomini – cinque figli, lo zio Dionisio, la nuora Gina, due nipoti e un altro figlio, Pietro, lontano per il servizio militare. Dopo gli sperperi e le imprudenze della generazione precedente di padri, i Bilsini hanno perso quasi tutto. L’unica salvezza sembra essere l’affitto di un fondo incolto, da riportare in vita a forza di braccia. L’inverno è durissimo, i conti minimi e il rischio di fallire sempre sul tavolo della cucina. In questo quadro già teso, l’arrivo di Pietro a Natale, con la giovane Isabella, sorella di Gina, e la presenza della famiglia del padrone, i Giannini, aprono crepe, desideri , minacce che non sono solo economiche.
Il romanzo si regge su una triade femminile: Annalena, Gina e la piccola Lia, figlia del padrone. Tre generazioni, tre posizioni sociali diverse, tre modi di reagire al dolore.
Annalena è la figura che tiene in piedi tutto: madre, contadine, amministratrice, capofamiglia. Ha preso in carico la rovina e la trasforma in disciplina quotidiana. Alla base del suo modo di stare al mondo c’è una convinzione feroce: l’amore è la fonte dei guai. L’ha visto portare sprechi, scelte sbagliare, alleanze disastrose. L’ha visto distrarre dal lavoro e dalla prudenza. Nella sua mente l’equazione è semplice: tutto ciò che sfugge al controllo – passioni, attrazioni e capricci del cuore – finisce per precipitare in debito, scandalo, umiliazione. Allora meglio indurirsi, meglio diffidare. Da qui in poi, l’amore per lei diventa non una forza vitale, ma una calamità naturale, come la grandine fuori stagione arriva e distrugge in un attimo ciò che è stato costruito con anni di fatica. Accanto a questa donna che ha trasformato il dolore in comando, Deledda ci mette Gina, la nuora. Ha molto meno potere ma più desiderio. È sposata, è madre, ha un posto nella casa. Eppure, sotto questa apparente sistemazione, ribolle un malcontento sottile. Il matrimonio non la appaga, la sua vita è fatta di lavoro domestico e obbedienza, e il suo corpo non vuole ridursi a pura funzione. Quando Pietro prova a corteggiarla, lei intravede una possibilità di sentirsi vista, desiderata, non solo utile.
Gina, però, non oltrepassa mai davvero il limite. Resiste, arretra, si comporta bene. Ma questa obbedienza non allontana il conflitto interiore. La frustrazione resta lì, coperta dalla cenere. Se Annalena ha scelto, o creduto di scegliere, la rinuncia all’amore per sopravvivere, Gina è l’esempio di cosa accade quando quella rinuncia viene imposta a chi dentro chiede tenerezza, calore. Il desiderio non autorizzato non scompare, si ammala. Diventa scontentezza senza parole, una vita vissuta ai margini di sé.
La terza figura è Lia, una bambina. E forse proprio per questo la più spiazzante. Cresciuta nell’agio, eppure attraversata da una stanchezza sproporzionata per la sua età. Vuol farsi monaca perché, dice, è stanca di vivere e di soffrire. Non ha ancora vissuto e già vuol sottrarsi. È una presa di coscienza che arriva come una stilettata nel tessuto del romanzo: porta a galla la stanchezza di un’intera società ma concentrata in una sola giovane voce.
Un morire al mondo consapevole, una sorta di suicidio bianco. Lia rifiuta ciò che l’attende: relazioni, desideri, matrimonio, eredità. Se Annalena, per difendersi ha demonizzato l’amore, Lia rifiuta l’esistenza stessa come spazio del possibile.
Messi uno accanto all’altro, questi tre personaggi compongono una piccola mappa del dolore femminile in un mondo chiuso e patriarcale. Annalena fa del dolore la norma, Gina lo subisce cercando segretamente il desiderio, Lia lo rifiuta tendando la fuga. Nessuna delle tre trova una soluzione piena. Restano prigioniere. Ma la loro diversa risposta al male illumina questo romanzo: la convinzione che la sopravvivenza sia possibile, al prezzo di una felicità continuamente sacrificata.
Attorno a loro si muove una coralità ben calibrata: i figli lo zio il mercante il prevosto il padrone sono figure che danno corpo a una comunità rurale che vive in bilico tra vecchie consuetudini e nuovi desideri. Anche Pietro, con la sua crudele leggerezza è un sintomo. È l’anello mobile tra i due mondi.
Lo stile di Deledda qui risulta più misurato rispetto ad altre sue opere: la lingua è limpida, il narratore presiede ma non invade, le descrizioni, specie dei paesaggi, sono brevi e diventano equivalenti emotivi dello stato dei personaggi. L’inverno sembra non finire mai, la paura di un raccolto sbagliato sono metafore del clima interiore della famiglia Bilsini. Anche le poche giornate di sole sono brevi momenti di tregua, di tregua precaria.
I temi cari alla Deledda sbarcano sulla terra ferma, lasciando l’isola amata. Restano ossessione. Il paesaggio cambia, il problema resta.
Sotto la trama contadina, l’argomento è terribilmente moderno: cosa succede quando si decide che, per non soffrire, è meglio non desiderare?
Il baratto tra sicurezza e felicità è un affare che continua, sotto altre forme, ancora oggi.
[…] quei due, almeno, dovevano tenersi lontani dal peccato originale; dovevano anche ignorare l’amore, che è fonte di ogni male.

Titolo: Annalena Bilsini
Autore: Grazia Deledda
Pagine: 184
Casa editrice: Utopia editore
Pubblicazione: 2025