Nel mondo coerente e disturbante de La città dei serpenti, si legge una chiara riflessione sulla guerra delle narrazioni e sull’illusione di affidare a un algoritmo l’Equilibrio sociale.
Recensione di Chiara Bianchi
Dopo l’acido esordio narrativo con Gli annegati (Il Saggiatore, 2021), Lorenzo Monfregola torna alla narrativa con La città dei serpenti (Alessandro Polidoro editore, 2025), inserito nella collana Interzona diretta da Orazio Labbate. In questo romanzo l’Equilibrio non è una promessa di armonia, ma il nome elegante di una prigione. La Città-Teschio è un organismo chiuso, ripartito in Bianchi, Neri e Impuri, amministrato da un’Intelligenza Serpente che regola energia, sicurezza, produzione e violenza. Nei Tubi sopra le strade si attorcigliano grovigli di serpenti-elettrodi, mentre nei bassifondi compaiono corpi con una macchia d’argento sul petto: intrusione opaca in un sistema che pretende di misurare tutto, tranne ciò che lo mette in crisi. È lì, tra infrastruttura e carne, che il romanzo colloca la sua politica del futuro.
Dentro questo sistema lavora Kajus, Agente 1: braccio destro squamato, corpo addestrato nella Vasca – immersioni rituali tra migliaia di serpenti, dove il morso iniziale ha inoculato una nuova fedeltà. «Dalla Vasca si esce più forti, dalla Vasca si esce più fedeli», ripete; o non si esce affatto. La sua voce in prima persona è il filtro d’accesso a questo mondo: è lui a decifrare i report, ad attraversare i corridoi della Sede, a recitare il credo degli Agenti: «Noi siamo gli Agenti, fedeli ai Serpenti», mentre l’indagine sulla macchia d’argento dilata subito il raggio dal giallo dei corpi sul pavimento al collasso dell’intero sistema.
La Città di Monfregola è un dispositivo di controllo fondato sulla separazione e sulla paranoia. Bianchi e Neri sono due borghesie suprematiste speculari, ossessionate dalla purezza dell’epidermide; gli Impuri sono il fondo biologico: manodopera, malattia, colpa. Ma il romanzo non si limita a nominare queste gerarchie, mostra come questi gruppi parlano, come pensano. Nei videonetzer – brevi filmati che saturano la rete – l’argento diventa un’ossessione tossica: «I Bianchi sono una malattia, una malattia da estirpare» urla un video. Ogni gruppo ha la sua teoria coerente e incompatibile con le altre. La Città-Teschio finisce per somigliare a un social network fossilizzato: una guerra di narrazioni senza sintesi possibile.
La lingua è la parte più rischiosa, e più interessante, del libro. Monfregola sceglie una prosa densa, muscolare: frasi brevi, accumuli, ritorni ossessivi, numeri, formule. La narrazione di Kajus viene interrotta da flussi di emergenza, rapporti operativi, elenchi, clip. Nelle scene della Vasca la sintassi si incrina, la percezione si fa allucinata. Kajus non ci accompagna. Con la sua voce spinge, martella. Può risultare faticosa, ma è una fatica programmatica: chi legge deve sentire addosso la pressione del sistema, la ripetizione dei comandi, il rumore di fondo che impedisce i pensieri.
Il mistero dell’argento, all’inizio solo un dettaglio anatomico, diventa un enigma scientifico, poi un oggetto di panico e di propaganda: le fazioni lo trasformano in prova, minaccia, ossessione. Man mano che il romanzo procede, quella macchia sul petto smette di essere un segno di malattia e lascia la possibilità di farsi anche segno di rifiuto, di incrinatura dell’Equilibrio. Parallelamente, l’argento sembra intaccare lo stesso apparato che governa la Città: qualcosa nei serpenti si inceppa, il Nagastrem scricchiola. Ciò che le macchine non sanno leggere è proprio ciò che comincia a farle impazzire.
Nella seconda parte assistiamo a un cambio di prospettive, l’azione scivola oltre il Muro del Caldo, verso il Fiume. Il romanzo cambia respiro. L’argento acquisisce un nuovo significato, diventa segno del possibile. Le comunità si mescolano, collaborano. La macchia argentata diviene una condizione comune. L’argento resta però ambivalente: veleno e cura, minaccia e apertura.
Al centro, il rapporto tra stanchezza e Fede. Kajus è un fanatico lucido, ha bisogno di credere per non sfaldarsi. Lo scontro tra fedeltà alla stabilità o alla distruzione racconta l’illusione di un sistema tecnico amministrativo che possa gestire i conflitti al posto degli umani e di quanto un sistema incrinato porti a una esacerbazione della violenza.
Il richiamo a Philip Dick nella quarta di copertina lega questo romanzo a quel filone di ossessioni più che di stile: paranoia e torsione quasi religiosa della tecnologia. Monfregola resta vicino al corpo e alla politica: razza, infrastrutture, media, sangue. La sua Città-Teschio dialoga, per immaginario, con certa fantascienza urbana e tecno-organica (come quella di Ballard), senza diventare derivativa.
Nel mondo coerente e disturbante de La città dei serpenti, si legge una chiara riflessione sulla guerra delle narrazioni e sull’illusione di affidare a un algoritmo l’Equilibrio sociale. La densità formale, alcuni passaggi turgidi, e molti dei personaggi secondari che sono più funzione che individuo, possono scoraggiare chi cerca una lettura di intrattenimento, ma tra queste pagine ci si deve sporcare. Al termine del romanzo resta addosso una domanda poco rassicurante: se il nostro Equilibrio fosse davvero una prigione, quali serpenti (sistemi, narrazioni) stiamo lasciando scorrere oggi, silenziosi, nella nostra Vasca quotidiana?

Titolo: La città dei serpenti
Autore: Lorenzo Monfregola
Pagine: 448
Casa editrice: Alessandro Polidoro Editore
Pubblicazione: 10 ottobre 2025