Volevo essere stupefacente | Gordon Lish

Volevo essere stupefacente | Gordon Lish

Dietro l’uniformità della voce, Volevo essere stupefacente raccoglie racconti che esplorano diverse sfumature dell’animo umano.

Recensione di Chiara Bianchi

C’è qualcosa di inclassificabile, e dunque di necessario, nella scrittura di Gordon Lish. Volevo essere stupefacente, nella traduzione italiana di Roberto Serrai per Racconti edizioni, è più di una raccolta di racconti. È una serie di esperimenti vocali, frammenti di monologhi che oscillano tra confessione, delirio e stand-up. 

Lish non scrive: parla a un “voi” che non è mai un destinatario preciso, ma una platea potenziale, come un pubblico anonimo di un open mic. Nell’improvvisazione di quella voce che fa e disfa ogni frase si avverte una verità: la scrittura è performance del fallimento, è tentativo infinito di tenere insieme parole e presenza. 

Lish è un personaggio che vive di fratture. Editore geniale e controverso ha costruito la propria poetica sulla negazione di ogni stabilità narrativa. Nelle sue mani la frase diventa organismo tremante: si interrompe, si corregge, si piega sotto il peso del pensiero che la genera. Ogni parola, nel suo ritmo sincopato, sembra voler dire troppo o troppo poco. 

In questi racconti, tradotti con rigore da Serrai, ci sono “uomini” (ma potrebbe essere solo uno il protagonista: l’autore stesso), ci sono madri, figli, animali, specchi, telefoni e silenzi. C’è il Lish scrittore che (s)parla di Kafka, o quello che si intrattiene con i lettori o quello ancora che omaggia Katherine Mansfield. Ma ciò che conta, non è l’evento, bensì l’intonazione. Tutta la materia narrativa si fonde in pura vibrazione, con un effetto stranamente ipnotico. 

La forza di questa edizione italiana sta anche nelle scelte di Stefano Friani, curatore del volume. La sua selezione non appare neutra. Costruisce un percorso coerente tra racconti distanti nel tempo, cucendo una voce unica. Ne risulta un Lish compatto, ma non addomesticato. Un autore che parla da epoche diverse da un unico microfono acceso. Un lavoro di bricolage nel senso più lishiano del termine. 

Dietro l’uniformità della voce, Volevo essere stupefacente raccoglie racconti che esplorano diverse sfumature dell’animo umano. Frammenti di teatro intimo, un esercizio che trasforma la banalità in epifania. La vita ordinaria, filtrata dal linguaggio scomposto, assume il tono paradossale della rivelazione: ridicola, crudele, irresistibilmente vera. 

In ogni racconto, Lish sembra chiedere perdono di esistere, ma allo stesso tempo non può smettere di parlare. Eppure la sua voce non nasce nel vuoto. Si colloca in una lunga tradizione nordamericana che ha sempre creduto nella parola detta, pronunciata, rischiata di fronte a un pubblico invisibile. E penso a Whitman, a Ginsberg, a quella genealogia dell’oralità americana che con Lish viene trasportata nel territorio del post-verbo, dove la lingua non canta ma cerca di ricordare come si fa. 

È la voce di un uomo che, nel tentativo di essere stupefacente, è riuscito almeno a essere vivo. 

I miei racconti preferiti? Difficile dirlo, ma… La pratica della vita quotidiana (in cui Lish scrive «Una volta ero una persona seria. Leggevo cose, avevo altre cose da dire su quelle cose. Adesso vado in giro e ovunque vado faccio da pubblico a ogni genere di cose, comprese quelle che riguardano i cani» e Merda  (che inizia così «Mi piace raccontare di quando sono seduto sulla tazza»).

Titolo: Volevo essere stupefacente
Autore: Gordon Lish
Traduzione: Roberto Serrai
Pagine: 245
Casa editrice: Racconti
Pubblicazione: Settembre 2025

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