Xerox | Riccardo S. D’Ercole

Xerox | Riccardo S. D’Ercole

Un racconto lungo che in apertura sembra voler correre, pulsare, spaccare il silenzio con la lingua del corpo e della notte
Recensione di Chiara Bianchi

Per il secondo titolo della collana Stormo, Pidgin Edizioni, propone Xerox di Riccardo S. D’Ercole. Le dimensioni del testo, sotto le cento pagine, ne fanno un racconto lungo che in apertura sembra voler correre, pulsare, spaccare il silenzio con la lingua del corpo e della notte. Il rumore promesso, però, resta fuori campo. Quel ritmo annunciato, la presunta musica hardcore, evapora presto. Al suo posto resta un battito rallentato, un’eco di chi ha smesso di urlare e comincia a sentire il sangue nelle orecchie.

La cornice narrativa è netta: una lunga notte in un centro sociale, un concerto hardcore che coincide con un compleanno sbagliato, alcol e sostanze come parafulmine, la folla che strattone, lei dai capelli rosa che riceve promesse d’amore senza restituirle, e una deriva che scaglia il protagonista ovunque. Tutto questo, più che un arco d’azione, è un dispositivo: la trama non accumula eventi, li centrifuga. E ciò che dovrebbe essere ritmo si fa vibrazione, tremore.

Il titolo offre una chiave di lettura. Xerox, dal greco xērós, “secco” è la lingua scabra, gli umori prosciugati, è la pagina che aderisce per attrito. È disidratazione delle emozioni, dell’empatia, persino della memoria. Dentro questa aridità, il sesso non è incontro ma accertamento. L’io desiderante osserva il proprio corpo come un tecnico guarda un macchinario: verifica la risposta, misura la tenuta, compila un referto. Non c’è abbandono, c’è controllo; non eros ma check-up. Le partner diventano superfici di riscontro. L’atto non apre, chiude. Sigilla l’assenza invece che colmarla. Qui il titolo morde due volte: xerox come copia che scolora e come secco che toglie ogni liquido all’intimità.

L’innesto con la tradizione “cannibale” anni Novanta è evidente nell’estetica – corpi, eccessi, crudezza – ma D’Ercole ne spegne la ferocia. Niente gioia distruttiva, niente ironia da macello, ma una stanchezza postuma, una rabbia che si trascina in lirismo. La lingua franta rinuncia alla martellata per la decantazione ed è lì che la scrittura prova a dirsi voce propria.

Al centro, la madre morta non è una nota di fondo, ma una voragine. La memoria risale a ondate e riallinea ogni gesto del presente. Un lutto ereditato non elaborato. E sul finale, la prospettiva si rovescia con crudezza quasi mitica: non più “ti ho perso”, ma “mi hai messo al mondo e questa è la tua colpa ma ti dico grazie”. La nascita come trauma, la vita come effetto collaterale. Anche qui la secchezza è decisiva: non c’è pianto liberatorio, solo un’essiccazione del sentimento e un’unica certezza: quella del momento in cui dirsi veramente addio.

Xerox non parla di dissoluzione, ma del fallimento di dissolversi. Ciò che resta è un canto sordo: un monologo che scruta la carne senza trapassarla, che tenta la sparizione e inciampa nell’ostinata persistenza dell’io. Trova la sua verità non nell’abisso spettacolare ma nell’amministrazione quotidiana: una persistenza arida, difficile da lavare via.

[…] so che non sarò mai più lo stesso ora che vedo quel corpo che è il corpo viaggiare su tutte quelle mani io penso che è il suo momento grazie di tutto adesso posso dirti addio il giorno che trent’anni fa mi hai fatto uscire da te sanguinando in questo disastro.

Titolo: Xerox
Autore: Riccardo S. D'Ercole
Pagine: 72
Casa editrice: Pidgin
Pubblicazione: 2025

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