Epifanie oscure dal cuore allucinato
Recensione di Chiara Bianchi
C’è una zona, nella letteratura, in cui il reale comincia a svanire senza clamore, e l’allucinazione prende il posto senza che nessuno se ne accorga.
Ombre del tropico, antologia di racconti pubblicata da Arcoiris nella collana Malombra, abita esattamente questo interstizio: un margine mobile tra il visibile e il non detto, tra ciò che accade e ciò che si crede di ricordare.
Qui i morti parlano, le cose tacciono con intenzione, e la paura non è un’emozione: è una forma dell’essere.
Non sono racconti gotici nel senso classico: sono epifanie oscure, affacciate su un mondo che somiglia troppo al nostro per poterlo respingere del tutto.
Curata da Andrea Corona e tradotta da Barbara Flak Stizzoli, l’antologia offre tredici racconti di tre maestri fondativi della letteratura ispanoamericana: Rubén Darío, il grande iniziatore del modernismo; Horacio Quiroga, cantore delle selve interiori; e Leopoldo Lugones, mente visionaria e inquieta.
Eppure, al di là dei nomi e dei movimenti, ciò che emerge da queste pagine è una esperienza unitaria e perturbante: una letteratura che rifiuta di confortare, che non cerca armonia né verità, ma si lascia possedere dalla vertigine.
A generare queste visioni è l’attrito fra realtà e sogno, dove l’io vacilla e lo spirito si deforma.
Qui l’orrore si presenta con il volto noto delle certezze, e le attraversa.
Il racconto non descrive: evoca, trapassa, disturba. È un rituale più che una narrazione.
Lontani dalle cattedrali gotiche del romanticismo europeo, questi racconti sembrano scaturire da un suolo umido e incantato, ma soprattutto da uno squilibrio interiore.
Il romanticismo qui non è solo estetica: è tensione febbrile verso l’invisibile, una pulsione di conoscenza che si fa allucinazione.
Non si tratta di mostri, ma di metamorfosi. Non di fantasmi, ma di identità che si sgretolano.
Quiroga scrive con la precisione di un bisturi e la crudeltà di chi ha guardato troppo a lungo nel vuoto.
Darío, sempre raffinato, lascia filtrare tra le pieghe del simbolismo una luce morbosa, in cui ogni parola può diventare presagio.
Lugones è forse il più destabilizzante: la sua prosa fonde scienza e magia, razionalità e delirio, come se si potesse costruire un’equazione del terrore.
Non raccontano cosa accade ai personaggi.
Raccontano cosa potrebbe accadere a noi, se un giorno i pensieri smettessero di obbedire.
C’è, in Ombre del tropico, il sentore di ciò che verrà.
Prima che si parli di “realismo magico”, prima che García Márquez e Borges diventino codici, qui si agitano le prime intuizioni, le scintille che incendieranno la narrativa ispanoamericana del secolo a venire.
Il soprannaturale non interrompe il reale: lo attraversa, lo deforma, gli parla da dentro.
È questo lo spazio che interessa agli autori: non il “che cosa accade”, ma il “come accade nella mente di chi guarda”.
La letteratura come percezione contaminata, come esperienza liminale. E lo stupore avvertito nell’aprire una porta e comprendere che non è possibile richiuderla.
La collana Malombra, fin dal nome, evoca ciò che è doppio, sfocato, perduto. E Ombre del tropico ne è incarnazione perfetta: un libro fatto di sguardi distorti, di verità smozzicate, di paure che non cercano redenzione. Un’estetica del dubbio, dove ogni certezza si fa ombra e ogni ombra rivela qualcosa che la luce non sa dire.

Titolo: Ombre del tropico
Autori: Leopoldo Lugones, Horacio Quiroga, Rubén Darío
Casa editrice: Arcoiris
Traduzione: Barbara Flak Stizzoli
Pagine: 252
Pubblicazione: 2025
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