Un libro che sa di carrozze e di rotaie, di caffè, di vecchie stazioni e di carbone bruciato. Ha il profumo della pioggia sul finestrino e il rumore dei carrelli sui binari. Un’ode al viaggio in treno che ti farà venire voglia di partire.
Recensione di Paolo Perlini
C’è qualcosa nel treno che resiste al tempo, che non si lascia scalfire nemmeno dagli ammodernamenti più spinti, dall’alta velocità, dai display digitali e dalle app di prenotazione. Mentre l’aereo ha perso ogni romanticismo, riducendosi a mezzo funzionale per spostarsi da un punto A a un punto B, il treno conserva intatta la propria aura poetica, la sua identità profonda di viaggio. Viaggio nel senso più ampio, quasi esistenziale. Il treno ha il suono dei carrelli, l'odore delle carrozze, l'aria che entra dai finestrini e porta con sé paesaggi e sbuffi di rotaia. I viaggi in aereo, invece, si confondono: tutti uguali, a parte qualche piccolo imprevisto che interrompe la monotonia.
È proprio questa sensazione che Gianni Montieri cattura nel suo libro Non era un mostro strano, pubblicato da 6thand2nd: un'ode al treno, alle stazioni e a tutto ciò che rappresentano.
Il protagonista di questo libro è proprio lui, il treno, il mostro strano di un passato non troppo distante. L'autore lo racconta attraverso ricordi, riflessioni, incontri, episodi minimi e fatti storici.
«Sono andato con il treno da una casa all’altra, da una vita all’altra» scrive Gianni Montieri. «Ne ho presi di tutti i tipi, regionali scassati, interregionali, rapidi, frecce del Sud, passanti, urbani, suburbani, notturni, intercity, eurocity, eurostar, frecce bianche, frecce argento, frecce rosse, littorine».
Questo è un itinerario sentimentale che ci riporta su molti dei vagoni su cui siamo saliti, o avremmo voluto salire, come il mitico Settebello che collegava Roma e Milano. È un viaggio molto concreto e allo stesso tempo immaginario, in cui possiamo ritrovare tutti gli sguardi che abbiamo buttato fuori dal finestrino: albe e notti buie, stazioni abbandonate, incontri avvenuti o mancati. L'autore ci porta in un viaggio attraverso le stazioni, da quelle più celebri a quelle più sconosciute, scoprendo tracce di storia e personaggi da raccontare. Un esempio lampante è il capitolo dedicato alla stazione di Sant’Ilario, resa famosa dalla canzone di De Andrè, dove un ottantenne ricorda con tenerezza il suo primo ingresso in stazione, tenuto per mano dal padre.
«…i momenti più belli furono quelli in cui sentimmo il rumore sulle rotaie prima di vederlo. Era come se tutte le attese del mondo si fossero radunate lì. Fu un regalo bellissimo. Non so se mi capisce, ma sentii in qualche modo di essere grande, di essere degno di fiducia, di poter fare una cosa che i miei compagni di scuola non avevano ancora fatto».
Per Montieri, il treno è la parola che viene prima della parola casa. E per chi, come il sottoscritto, ha un legame speciale con la stazione di Verona Porta Nuova, l'esperienza di lettura si fa ancora più personale. Vengono descritti il corrimano di ferro battuto, dal colore indefinito, e i gabbiotti bianchi di vetro che si affacciano sui binari, dettagli che chiunque conosca la stazione non può che riconoscere e apprezzare. E che prima di ogni mio viaggio non manco mai di fotografare.
In un mondo che corre, Montieri ci ricorda che il tempo perso in treno non è mai davvero sprecato. Quei minuti di ritardo, spesso frustranti, possono nascondere un'intuizione, un pensiero che non troverebbe spazio altrove, un incontro inaspettato.
«Un sacco di volte mi sono domandato dove vadano a finire i minuti di ritardo accumulati nei treni, in quale parte della vita vengono accantonati».
Solo il treno, con la sua lentezza necessaria, permette di regolare il respiro e di godere del lusso dell'osservazione. Il lettore diventa un passeggero, partecipe di quel flusso di vite che si incrociano: ci sono abbracci sciolti lungo le banchine, sedili e poltrone. Ci sono i passeggeri che sempre ci accompagnano, donne e uomini, di cui proviamo a indovinare, come un personaggio di Simenon, la destinazione finale o la vita segreta. Ci siamo noi lettori, che inevitabilmente siamo entrati o entreremo nelle storie, scritte o pensate di uno scrittore.
Ma il libro non è solo poesia: è anche storia. Si parla della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, e si ricordano tragedie come quella di Balvano e il sabotaggio del ponte di Ivrea. L'autore sottolinea come il treno, per sua natura antifascista, possa diventare anche il teatro di orrori, come la strage di Bologna.
Non era un mostro strano è un libro che desideravo ancora prima che esistesse, ed è arrivato come un regalo inaspettato. Lo leggi e ti viene la voglia improvvisa di correre in stazione e acquistare un biglietto a caso, un regionale, quello che ferma in tutte le stazioni, anche quelle che non esistono.
«Bologna allaccia, connette, prende tutti i binari del Nord e li butta a Sud, prende ogni rotaia del Sud e la scaraventa verso Nord. La stazione di Bologna significa tante cose, molte hanno a che fare con la parola amore».

Titolo: Non era un mostro strano
Autore: Gianni Montieri
Casa editrice: 66thand2nd
Pagine: 144
Pubblicazione: 27 giugno 2025
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