Quando il lavoro si ricopre di guano, sangue e terra.
Recensione di Paolo Perlini
Lute si sta recando al lavoro. «Accanto all’ingresso dell’azienda, appena sopra, svetta una torre con un orologio dorato in cima. Le sue lancette, incrostate da strati spessi di guano di piccione, scorrono più velocemente in discesa che in salita».
In questa immagine iniziale si cela l’essenza metaforica de Il cannibale di Tom Hofland: il cuore nudo e feroce della precarietà lavorativa.
La vicenda prende il via nei corridoi dell’Aletta, un’azienda olandese che produce capsule per medicinali, alle prese con un’acquisizione da parte di una multinazionale svizzera. Il reparto Vendite e Qualità, considerato superfluo dal nuovo management, deve essere “sganciato”. A Lute, responsabile del reparto, viene affidato il compito più ingrato: liberarsi dei suoi colleghi. Licenziarli è quasi impossibile, quindi la strada migliore è quella più subdola — spingerli alle dimissioni.
Lute, travolto da questo incarico, si aggrappa alla promessa rassicurante di Klara, la direttrice: il suo nome non è sulla lista degli esuberi. La tensione si allenta solo quando, in un bar, incontra casualmente Reiner — un uomo bizzarro, in giacca a frange da cowboy e alla guida di un enorme pickup — che dice di lavorare per una società specializzata nel ricollocamento professionale.
Lute non esita: affida a lui il compito di “sistemare” i colleghi. Reiner lo mette in contatto con il signor Lombard, il misterioso titolare dell’agenzia. Da questo momento il romanzo accelera, scivolando in un’atmosfera tesa e disturbante, dove ogni personaggio sembra uscito da un incubo grottesco. I toni passano dal noir al contemporaneo, sfiorando il fantasy e l’horror, in un crescendo quasi gotico e visivamente cinematografico.
Tutti i protagonisti giustificano le proprie azioni con la stessa formula disumana: «è solo una questione professionale… C’è un mondo personale nel quale siamo carini e gentili, e c’è un mondo professionale nel quale prendiamo le decisioni giuste».
Un mantra utile a lavarsi la coscienza — per chi ne ha una. Ma nessuno resta immune: nemmeno l’ultima arrivata si salverà. La frase non è niente di personale, ripetuta ossessivamente, serve solo ad anestetizzare la realtà. Chiunque abbia vissuto un licenziamento collettivo sa bene che dietro ogni “funzione eliminata” c’è sempre una persona in carne e ossa, con una vita, un nome e una storia.
«Sta a te decidere come prenderla. Puoi sentirti offesa e fare la vittima, o puoi non lasciarti ferire. È una scelta. Decidi tu come reagire. Non noi».
Ed è qui che ritorna la metafora dell’orologio. Quei lavoratori, anno dopo anno, hanno dato tutto: turni di notte, straordinari, sacrifici, energia mentale e fisica, per il “bene dell’azienda”. Hanno dato la cosa più preziosa: il proprio tempo. Si sono consumati, logorati, ricoperti — metaforicamente — di merda. Finché, esattamente come le lancette incrostate di guano, la discesa diventa inevitabile: rapida, crudele, e sempre più veloce della lunga e faticosa salita che l’ha preceduta.
La scrittura di Tom Hofland mescola il reale con l'assurdo per illuminare le incongruenze del nostro mondo. Con uno stile scorrevole, arricchito da un umorismo nero ci invita a riflettere senza appesantire.
Invece di tanti manuali di management aziendale, a molti titolari d’azienda, a quadri improvvisati e a irresponsabili di reparto, farei leggere questo romanzo. Potrebbero riflettere — magari anche con un po’ di divertimento — su ciò che non devono diventare.
Purtroppo, molti non ne sono capaci.

Titolo: Il cannibale
Autore: Tom Hofland
Traduzione: Laura Pignatti
Pagine: 208
Pubblicazione: 2 febbraio 2024
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