Penultime parole | Cristò

Penultime parole | Cristò

«Il tempo prima e dopo del nostro non esiste, per quel che ci riguarda.» parole di un’«umana impossibile».
Recensione di Chiara Bianchi

Penultime parole, ultimo romanzo di Cristò pubblicato da Mondadori, non racconta: evoca.

Costruisce un paesaggio mentale, fatto di presenze che si dissolvono, ricordi sfocati, parole che affiorano e si ritirano. 
Per chi conosce già la scrittura dell’autore sa che scrive come chi cammina in punta di piedi intorno a ciò che non si può dire del tutto.
La lingua è sonora, vibrante, precisa eppure sospesa, oscilla tra ciò che viene detto e ciò che resta ai margini, fuori campo. Scava sul confine tra presenza e assenza, lasciando che anche le pause, i silenzi del tempo dimenticato, parlino quanto le parole.
Questa scelta stilistica sostiene una riflessione filosofica sul tempo: non più lineare o misurabile, ma frammentato, un orizzonte dove passato e presente si intrecciano e si confondono, dove ciò che è stato non è mai del tutto passato, e ciò che verrà ha la forma incerta di un'eco o della terra. 
Il tempo si fa spazio di possibile redenzione: un luogo da abitare senza poterne mai afferrare il senso. 

La protagonista per tutta la vita ha invocato il silenzio – una sorta di preghiera sommessa per la libertà. Libertà cercata, desiderata, mai del tutto percepita come conquistata. Quel silenzio è insieme rifugio e sfida: un vuoto da abitare con timore e speranza.
In questo mondo piccolo, si muovono figure animalesche silenziose, pensieri spezzati, gesti minimi che diventano scelte, come la donna che scava una buca e ci si sdraia dentro. Non un gesto disperato, né un’attesa. È qualcosa di radicale, di primitivo: la terra diviene l’unico posto dove sia ancora possibile stare per ritrovarsi. 
Toccante è la modalità con cui si parla della memoria: non per ricostruire, ma per trovare un tenue appiglio a ciò che una persona è stata. I ricordi sono vapori: si rincorrono, si confondono, ma restano lì, a testimoniare qualcosa che sfugge e resiste.

Poi arriva il terremoto.

I muri crollano, le strutture si sbriciolano. Ma non emerge il caos: emerge la natura. Le piante avanzano, gli alberi si riappropriano dello spazio. E lei – la protagonista – con lucidità, sceglie di restare.
Una decisione calma, chiarissima. Una dichiarazione d’appartenenza a un mondo in cui l’umano cede il passo, ma non scompare.
Nonostante lo sgretolarsi del tempo, delle figure, della propria vita, la protagonista si muove in un universo dove l’impossibile diventa reale. Dorme con i lupi — prima lontani, poi vicini — che appaiono nei momenti più stranianti. 
Questo legame misterioso con il selvatico e l’ignoto aggiunge un’aura magica, un’oscillazione costante tra vulnerabilità e forza.
Nel fiume c’è lo specchio rotto, un frammento in cui riflettersi per dirsi ancora viva e sentire meno lo smarrimento che la solitudine innesta. 

Infine, i libri sepolti: la scelta di seppellirli e, mentre, si disfano nel terreno, ritornano in forme nuove: alberi, suoni, parole. E trovano nuove strade per giungere anche a chi non legge: un ciclo vitale delle parole, proprio e indipendente da chi scrive. 
Un romanzo che è un sussurro profondo sul tempo, sulla lingua e su ciò che sopravvive anche quando tutto, apparentemente, è finito.

Se tutto ciò che ricordo è vero, io stessa sono un’umana impossibile.

Titolo: Penultime parole
Autore: Cristò
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 120
Pubblicazione: 15 aprile 2025

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