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Minirecensioni Libri | Ottobre 2020

Minirecensioni Libri | Ottobre 2020

Goliarda Sapienza - Il filo di mezzogiorno (La nave di Teseo)


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Nel fantastico mondo di Oz (Return to Oz, capolavoro del 1985) a Dorothy viene detto: “fai la brava bambina, e fai quello che ti dice il dottore”.
Dottore che voleva estirpare Oz dalla testa di Dorothy, a colpi di elettroshock. Ed è dopo diversi elettroshock subiti in seguito ad una prima overdose da sonniferi (ce ne furono altri) che Goliarda Sapienza, consigliata da amici, si affida ad un luminare psicoterapeuta molto popolare nella Roma intellettuale degli anni sessanta, Ignazio Majore, contrario all’uso dell’elettricità e più propenso ad una psicanalisi “selvaggia”. Per tre anni Goliarda riceve quasi ogni giorno Majore nel suo salotto, tentando di ricomporre una memoria brasata dalle scariche elettriche e permettendo al medico una manipolazione subdola e aggressiva, maturando una dipendenza totale nei confronti dell’uomo, che in seguito abbandonerà improvvisamente Sapienza e la professione dicendo di non credere più nella psicanalisi. Fai la brava, e fai quello che ti dice il dottore. La cosa che più mi ha colpita è quanto il dottor Majore tentasse di addossare tutte le responsabilità dei traumi e del dolore di Goliarda sulle spalle della madre (la grande Maria Giudice), oltre a criticare il tanto tempo passato assieme ai fratelli maggiori colpevoli di averla “mascolinizzata”, e a giudicare sbagliati tutti i suoi legami d’affetto con sorelle ed amiche (“Ma che dice? Parla come un piccolo borghese! L’amicizia femminile è ambigua e quella maschile no?”). Prendendo quel che di buono ha potuto tratte dagli anni passati con Majore, come il recupero di tanti ricordi, Sapienza conclude rivendicando però i propri schemi di comportamento.
“Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto e alla sua morte”.


Federica Seneghini - Giovinette - le calciatrici che sfidarono il Duce (Solferino)


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È un romanzo, ma basato su fatti realmente avvenuti. Davvero del 1933 delle ragazze milanesi si misero in testa di giocare a calcio e di farlo sul serio, davvero si allenarono e scesero con fatica a compromessi, cercando sponsor e sperando di poter creare un vero campionato nazionale femminile. E davvero il regime fascista, che considerava ogni donna solo ed esclusivamente in base al potenziale riproduttivo, mise fine al loro sogno. Cosa è rimasto oggi, di quei pregiudizi? Troppo, tantissimo, come racconta il saggio di Marco Giani a fine volume. D’altronde già all’epoca le calciatrici furono indirizzate piuttosto alla “pallacanestro”, non solo per calcoli di interesse ma perché fare le cose con i piedi, tirare calci, non era assolutamente cosa da donne e questo è ancora oggi il pensiero dominante. Ma le ragazze volevano giocare a calcio, come Peppino Meazza. Il lavoro di Seneghini è un bello spaccato sulla Milano degli anni trenta, sugli abusi sopportati dalla città e sulla sua resistenza. L’inganno del fascismo, che illuse tante donne affamate e reduci dalla crisi di potersi unire al treno della modernità, era ormai svelato.
Le sorelle Boccalini, Losanna Strigaro, Ninì Zanetti, Maria Lucchese e tutte le altre, hanno preparato il terreno per il sogno che ancora oggi le calciatrici italiane rincorrono, in un paese che non riesce a chiamarle professioniste.


Marta Zura Puntaroni - Noi non abbiamo colpa (minimum fax)


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Marta è una millennial nata e cresciuta nella provincia marchigiana, dove la gente sa chi sei perché sa a quale famiglia appartieni, in quale antica casa quella famiglia è radicata. Casa. Dove Marta ama tornare a rigenerarsi anche se non riesce ad ammetterlo fino in fondo, con le amiche d’infanzia che sono rimaste a vivere in paese e con se stessa. La linea femminile della sua famiglia, nonna madre e nipote, è il cuore di questo breve romanzo biografico. La storia del piccolo centro è scossa dal terremoto, e Marta vive analoghi smottamenti sotterranei, provocati da avvenimenti impossibili da controllare. La demenza senile, la perdita della memoria, l’assistenza domiciliare, il cancro. Noi non abbiamo colpa.
Se credevamo che a trent’anni saremmo state veramente grandi, più grandi dell’imprevisto e del terrore, se pensavamo che saremmo state come le nostre mamme, e se siamo nate nostro malgrado in un mondo sordo all’idea che ci vuole tanto tempo per crescere davvero quando puoi contare solo su te stessa in un beffardo sistema economico sull’orlo del collasso, noi non abbiamo colpa. Come Mimma la gatta indugiamo e ci accoccoliamo, speriamo che il passato e il presente si pacifichino, che trovino una posizione comoda in cui poter convivere.


Chiara Sfregola - Signorina (Fandango)


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l “Il matrimonio è un’istituzione patriarcale. È così che è nato. E non me lo dimentico”. Ho letto queste pagine bellissime, ma come posso definirle? Un manifesto pop (no non è una parolaccia, le citazioni da Friends e Clueless sono un tocco di classe) del romanticismo LGBT+? No, ma quale romanticismo, è un inno alla concretezza e alla rivoluzione dei costumi. Aspetta, forse è un saggio-memoir sull’amore lesbico quando sei bionda. “Signorina” è tutto questo insieme, e molto altro. È un racconto personale e intenso arricchito da ricerca, dati e statistiche, sul matrimonio e ciò che rappresenta ancora nel primo ventennio degli anni duemila, e su come potrà ancora trasformarsi. Perché continuiamo a sposarci? Perché vogliamo dimostrare che possiamo farlo, certo, Sfregola è molto onesta a riguardo. Ma è impossibile non vedere il viaggio che l’istituto matrimoniale ha fatto, sopratutto grazie al femminismo queer e alle lotte delle “Signorine” di ieri e di oggi - dalle quali possono trarre beneficio anche le odierne coppie etero.
Sfregola dice con schiettezza: “Il patriarcato mi fa fare delle cose”. Forse anche diventare una moglie. Ma che sposarsi al giorno d’oggi sia l’atto irrazionale per eccellenza oppure razionale all’eccesso, potersi sentire moglie e signorina allo stesso modo e allo stesso tempo rappresenta il trionfo dell’intersezionalità, e della complessità che ha finalmente sferrato un attacco massiccio alle istituzioni. Forse è questo “Signorina” di Chiara Sfregola: il racconto del matrimonio ai tempi del desiderio che tenta di prevalere sull’obbligo.


Yao Xiao - Ogni cosa è bellissima, e io non ho paura (Atlantide)


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I percorsi colorati di questo fumetto mi fanno pensare ad un nuovo tipo di manuale di istruzioni. Una specie di “espolando il corpo umano” ma delle emozioni e delle paure, che ci abitano e spesso si insediano grazie ai condizionamenti esterni, non meno insidiosi di virus e batteri. A volte fa male. Ogni cosa è bellissima, ma fa male e prosciuga le risorse. Yao Xiao disegna e racconta la migrazione e il coming out, la lacerazione e il ricongiungimento. Dalla Cina a New York, lo smarrimento e la frammentazione di una giovane persona che si sente indesiderata e derubata della propria identità, sia nel paese d’origine che in quello d’arrivo. Il passare dall’invisibilità alla visibilità imposta dall’occhio altrui, bianco etero e dominante, così lontana da quella che vorrebbe rivendicare.
Questo fumetto, per me, è una risposta all’individualismo ironico spacciatoci come unica moneta di scambio. Abbiamo anche la gentilezza, che non è meno ironica. Possiamo dire “grazie” invece di “scusa”. Il sarcasmo può essere altruista, l’accoglienza aperta a tutte le realtà. “Sappi che il cuore di un’altra persona è la cosa più delicata che tu potrai mai tenere, e di cui potrai mai essere parte”. Cosa c’è di sbagliato a preoccuparsi del cuore? 


Anne Brontë - La signora di Wildfell Hall (Newton Compton)



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La nuova vicina di Gilbert, proprietario terriero, è sulla bocca di tutta la comunità: chi è questa misteriosa vedova che vive sola e con un figlio in una tenuta in rovina? Mentre le maldicenze si rincorrono e gli equivoci si accumulano Gilbert ed Helen, la nuova signora di Wildfell Hall, si innamorano. Ma la strada che li attende per raggiungere la felicità, ovviamente, è impervia e parimenti frustrata dalle convenzioni e l’etichetta. Uno scambio epistolare e la raccolta dei diari di Helen svelano la loro storia.

“Quindi pensa che Anne Brontë sia meglio di Charlotte ed Emily?! La signora di Wildfell Hall è più importante di Cime tempestose?” “Non dico sia migliore, ma Anne è più moderna di Emily!” Più di Charlotte che ha scritto Jane Eyre? Ne dubito fortemente!” “In Wildfell Hall Anne denuncia la disparità di poteri fra uomo e donna nel soffocante matrimonio vittoriano, sfida il modo di pensare di un’intera società, e ha cambiato la mentalità della gente!”
È grazie a questo dialogo, svoltosi nella commedia romantico-storica “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey”, che ho deciso di conoscere il più popolare romanzo della meno famosa delle sorelle Brontë. E ha proprio ragione il personaggio interpretato da Lily James: Anne è stata ancor più moderna e coraggiosa delle sorelle. Charlotte, agente letterario di Anne, le sconsigliò di raccontare la fuga da un matrimonio infelice. Difatti il romanzo non fu apprezzato dalla critica, destino di chi precorre i tempi. È meglio di Cime Tempestose e Jane Eyre? Non lo so, sicuramente meriterebbe di condividerne la fama.


Marina Pierri - Eroine - Come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire (Tlon)


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“Generare narrative è da almeno settantamila anni la pratica eletta alla gestione della complessità del reale”.
È difficile riassumere un lavoro tanto vasto e innovativo in poche righe, ma questa frase ne lascia indubbiamente intuire lo scopo. Certo, lo snobismo impone di considerare di minor spessore le eroine che compaiono sullo schermo della serialità televisiva, rispetto alle eroine che vivono nelle pagine di un libro o nelle pellicole di un certo cinema. Ma per fortuna noi dello snobismo ce ne fottiamo, anche grazie a critiche e giornaliste eccellenti come Marina Pierri. Il suo viaggio dell’eroina televisiva passa attraverso gli archetipi della psicanalisi Junghiana analizzati da Maureen Murdock, e ogni archetipo ha la sua Guida - colei a cui appartengono le doti più proficue - e la sua Ombra - colei che sperimenta lo stigma, il sommerso, anche la rovina. Se l’ombra dell’Innocente è Poussey di OITNB, la guida dell’Orfana è Eleven di Stranger Things.
Trovare tanti personaggi televisivi conosciuti - ventidue in totale - nelle tappe del viaggio dell’Eroina (la Guerriera, la Cercatrice, la Maga, etc) è entusiasmante, ma anche incontrarne di sconosciuti, di cui magari abbiamo solo sentito parlare (“quella serie devi proprio vederla!”) non fiacca la lettura. Eroine è tante cose: educa alla partecipazione consapevole nell’atto della fruizione mediatica, racconta il nostro viaggio psico-sociologico nel mondo, risveglia in noi le antiche dee del passato, indaga il contemporaneo.
Le eroine delle serie tv hanno un ruolo fecondo nelle nostre vite, intrattenerci è soltanto uno di questi.

© Giulia Gazzo

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