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Live report: Thegiornalisti - 12 luglio @Flowers Festival

Live report: Thegiornalisti - 12 luglio @Flowers Festival

Prima di poter lucidamente partorire un giudizio ed un articolo, era necessario smaltire l’entusiasmo adolescenziale che aveva ottuso i miei sensi nei giorni immediatamente successivi al Live dei Thegiornalisti dello scorso 12 luglio nella cornice del Flowers Festival di Torino @Cortile della Lavanderia a Vapore nel Parco della Certosa di Collegno.

Ora, con i bollori estivi da pubblicità cornetto Algida definitivamente estinti, posso dire che mi sono divertito, che ho cantato, la performance non è stata malvagia, però… - piccolo inciso, diceva un saggio (un personaggio di Game of Thrones, probabilmente Ned Stark, visto il periodo poco lusinghiero appena concluso di maratone delle precedenti stagioni per potersi mettere in pari per l’arrivo della settima. Maratone condite, manco a dirlo, da piccoli troni di confezioni di gelato, rigorosamente di soia così da sentirsi meno in colpa, spazzolate e accatastate impietosamente a fianco della poltrona) che qualsiasi cosa venga prima di un però è solamente una stronzata. - ...il giudizio complessivo è Completamente (cantato e vibrato alla Tommaso Paradiso) NO.

Partiamo dal presupposto che andando ad un concerto si mette in conto che l’orario d’inizio stampato sul biglietto sia veritiero quanto una pubblicità Media Shopping.
E va bene: così come sappiamo che Melanie, 34 anni, casalinga, non è dimagrita grazie ai leggins effetto sauna finlandese, allo stesso modo inconsciamente o meno accettiamo che un concerto avrà un margine di un’ora o più per cominciare.
E quindi io dico, va bene che non sono nessuno, ma un messaggino, un colpo di telefono, un vocale il buon Tommaso avrebbe potuto anche farlo per dire “ Ehi, mi sa che stasera facciamo le 22:45 prima di suonare, va bene?”. Nessun problema Tommy, a dopo allora, e grazie.

Invece niente. In x-mila (perché sì, eravamo presenti nell’ordine di migliaia, forti della speranza di poter entrare a far parte di una instagram story del frontman della band) rimaniamo fermi al palo finché alle undici meno un quarto un improbabile Paradiso insieme ai suoi compagni di merende non mette piede sul palco.
A quel punto, reprimendo il coro di santi del calendario Gregoriano che avrei voluto nominare invano, stando a sparute reminiscenze del catechismo, noto l’outfit.
Già di mio non sono una persona particolarmente attenta ad aspetti così superficiali, MA se sei un tizio che per cantare due tormentoni estivi e lanciare cappellini chiede decine di migliaia di euro, qualcosa di meglio di un pigiama riuscirai a trovarlo, credo.
Forse no, forse sì, fatto sta che in pantaloncini della tuta blu e maglietta nera infilata nell’elastico che strizza la vita, con un cappello provvisto di visiera tinta gianduia, a voler essere gentili, e un bel paio di occhiali, Tommaso Paradiso si concede alla folla mettendo le mani avanti:

“ragazzi, ho una febbre da cavallo e non so quanto durerò, famo 3 o 4 canzoni che volete e poi via”.

Seguono risate isteriche alla prima battuta di una lunga serie che si alterneranno ai pezzi musicali, creando un vero e proprio spettacolo nello spettacolo, e via, i giochi hanno inizio.
Le prime 3 o 4  canzoni sono sconosciute ai più, credo anche a qualche membro della band. Difatti scorrono via come Vodka alla pesca ad una festa di quindicenni, cioè molto velocemente e senza alcun rimpianto.
È poi il turno dei cavalli di battaglia, delle hit da ombrellone e altre da cioccolata calda e biscotti: “Fine dell’estate”, “Tra la strada e le stelle”, “Proteggi questo tuo ragazzo”, “Il tuo maglione mio”, “Sold Out”, solo per ricordarne alcune. Ci sarà poi tempo e spazio, verso la fine dell’esibizione, anche per le ascoltatissime e attesissime “Completamente” e “Riccione”, forti di una risonanza mediatica invidiabile, che è poi una perifrasi gentile e carina che sta per “passaggi massacranti in radio tali da augurarsi un’otite talmente forte da perdere l’udito dal 25 maggio ai primi di settembre”.

Nulla da eccepire sulla performance in sé: i ragazzi della band la portano a casa senza apparente fatica, non lasciano spazio a stecche o a grossolani errori, ma c’è da dire che l’indie italiano, sempre che il genere sia ancora questo, non richieda tecnica estrema, forse. Ma io sono un profano prestato al reportage musicale, che quindi si è premurato di concludere con un mastodontico “forse” che potrebbe salvargli la faccia.
Il dito mi riservo di puntarlo su tutto ciò che ha ruotato intorno al concerto.

Durante il viaggio in macchina fino a Torino, io e la mia accompagnatrice discutevamo su parecchie cose, mantenendo ognuno la sua posizione, chiaramente diametralmente opposta a quella altrui.
Ad esempio, io sostenevo che Calcutta fosse un tragico scherzo dell’industria discografica nostrana, che Lorenzo Fragola meritasse di finire frullato in un milkshake omonimo per la bruttura delle sue canzoni, e che no, non ci sono più le mezze stagioni.
Ma su una cosa ci trovavamo d’accordo: il pubblico della serata sarebbe stato giovanissimo, femminile e, ultimo ma non per importanza, bollente. Ma come ogni volta in cui ci si fa fresco con un ventaglio di certezze, la vita ti mette alla prova facendoti piovere smentite con venti che superano le tue fantasie. Un monsone di schiaffi in faccia praticamente.

Sì, ovviamente ad attenderci c’erano ragazzini freschi di maturità, patente, patentino e licenza di terza media, ma notavo stupefatto come più si avvicinasse la deadline, più la fascia over 20 - pure over 25, sbilanciamoci dai - si rimpolpasse e crescesse come una marea di hipster ad un vernissage con esibizione unplugged di Giorgio Poi. Son sincero, non me lo spiegavo. 
Cosa ci faceva una così folta rappresentanza della fetta più critica del panorama culturale del bel paese al concerto della band più fortemente (e fieramente) mainstream del momento? Quale interesse potevano avere ad entrare a far parte delle instagram stories del barbone più seguito dei social (escludendo Dan Bilzerian)? Ma soprattutto, cosa ci facevo io lì?
Che l’ho già detto, volente o nolente son finito pur’ io a cantare a squarciagola i brani che conoscevo (tanti, troppi, ahimè), ad agitarmi, saltare, muovere le mani come un campo di girasoli di carne verso il nostro sole occhialuto, febbricitante e caciarone. E con me pure i nati prima del ‘90.

Poi è giunta l’illuminazione.
Non eravamo lì sperando che le gocce di sudore di quel ragazzone romano potessero metterci incinta, come sospetto si auspicassero le giovanotte più procaci, né a tentare di sviscerare i segreti di una cosa perfettamente conformista hipsteraggine, obiettivo ultimo dei mascolini compagni delle suddette giovanotte. No no, cari miei.

Eravamo lì perché per quanto ci piaccia fare i criticoni, i bacchettoni, i moralisti, i Giampiero Mughini culturali, per quanto professiamo a destra e manca che Thom Yorke sia Dio, che nessuno sarà mai come i Beatles, i Queen, gli Stones, i Joy Division, i Pink Floyd  (e a ragione, aggiungerei), per quanto possiamo scuotere la testa  domandando ad alta voce in modo da poter essere sentiti bene che meritiamo le peggio cose ormai, vedi i vari Rovazzi, Fedez, Gazzelle e i Thegiornalisti, in fondo in fondo abbiamo bisogno di loro, e ancora più in fondo ci piacciono.
Il tormentone non è la peste da evitare, il vaccino da tenere lontano dal braccio del nostro fanciullino interiore. No, il tormentone è quella robaccia facilona, becera, scadente, mainstream, che va tanto di moda usare, che ci dà il permesso di lamentarci di qualcosa, di trovare un capro espiatorio comune contro cui scagliarci a prescindere dal nostro interlocutore.

I Thegiornalisti sono la merendina che non ammetteremo mai di mangiare davanti ai nostri amici del club di cucina macrobiotica, il paio di Air Jordan che non metteremmo mai per le serate di poesia moderna cilena, la playlist dei Blue e delle Spice Girls che non ascolteremmo mai in macchina con i compagni di Muay Thai. Sono l’idolo che adoriamo nell’angolino della nostra intimità che riserviamo alle divinità artistiche pagane.
I Thegiornalisti sono i Thegiornalisti, coerenti a loro stessi, e noi abbiamo bisogno di loro perché li aprrezziamo. Punto.

Perciò sì, sono andato al loro concerto augurandomi di non divertirmi e di potermene lamentare alacremente nei lustri a venire.
Ma così non è stato e potrei anche sforzarmi di fingere, ma la verità è che ho cantato, ballato, e riso.
E mi è piaciuto.
Però...

© Marco Patrito

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