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Tre domande a Elli De Mon a Perse Visioni

Tre domande a Elli De Mon a Perse Visioni

Polignano a Mare è una piccola perla che si affaccia direttamente sul mare della Puglia, con un centro storico pressoché unico e magico capace di incantare anche i cuori più di pietra. Da 9 anni a questa parte, ogni estate si rende protagonista del festival PerSe Visioni, una manifestazione che abbraccia diverse espressioni artistiche come cortometraggi, concerti, live performance e workshop.


PerSe Visioni è organizzato e promosso dall’associazione culturale Bachi da Setola (chiamata così in onore dell’opera omonima di Pino Pascali).

La nona edizione di PerSe Visioni, si è posta l’obiettivo di analizzare il rapporto che si instaura tra l’individuo e lo spazio circostante, quest’ultimo inteso sia come entità fisica, sia come spazio immaginario, fatto di tanti possibili “altrove”.
Arte, cinema e musica sono i linguaggi attraverso i quali è stato possibile rappresentare la relazione unica e speciale tra le persone e lo spazio abitato dagli uomini.
L'edizione 2016 si è articolata in due momenti principali:

Pv9 – Workshop Experience (16-22 Agosto) e Pv9 – Live Art Act (23-24 Agosto).

Pv9 Workshop Experience, la prima parte di Pv9, ha proposto esperienze formative con alcuni dei più grandi professionisti dell’ambito artistico e culturale, come per esempio la coreografa e danzatrice Francesca Cinalli e il compositore e musicista Paolo De Santis della Compagnia Tecnologia Filosofica di Torino con “Il corpo rituale” il workshop che ha guidato i  partecipanti alla scoperta del proprio corpo, del movimento e della ritualità ad essi collegati, con tanto di doppia performance finale durante il Live art act sul tema del volo.

Pv9 Live Art Act è invece la seconda parte di PerSe Visioni, che come ogni anno porta sul palco del centro di Polignano musicisti e artisti nostrani e internazionali. Quest'anno gli ospiti musicali sono stati i C'Mon Tigre, collettivo di musica del Mediterraneo, tra funk, jazz e sperimentazione e la one-band girl, Elli de Mon dalle forti sonorità garage-blues.
Ed è proprio qui che siamo entrati in scena noi di Crunch Ed, ed è qui che la sottoscritta (che nutre un amore spassionato per Elli de Mon) si è buttata a gamba tesa lanciando tre domande per la one-band woman, (pensate dalla nostra Isabella Di Bartolomeo). Per fortuna i Bachi da Setola la sanno lunga e grazie alla fame comune di curiosità riguardo agli artisti che tanto ci emozionano, sono stati al gioco e hanno intervistato per noi Elli De Mon.

1 -Vs (Versus), l'album in collaborazione con Diego Deadman Potron, sembra il racconto di un amore consumato in 24 ore visto da due punti diversi, i due lati della medaglia di cui tu narri la parte lucente. La tua scrittura è molto "femmina", hai trovato differenze nel comporre e nell'approccio alla registrazione tra te e Diego? Come è nata la collaborazione con lui?
Ah, bella domanda. La collaborazione con Diego è nata sulla strada. Ci siamo incontrati più di una volta in diversi contesti dove suonavamo e ci siamo sempre piaciuti molto a vicenda. Poi per caso abbiamo inciso con la stessa etichetta, la Ammonia Records, ed è stata proprio l'etichetta a proporci di fare questo split. Con Diego ci sono molte affinità, soprattutto dal punto di vista personale. Siamo entrambi due coglioni, per cui scherziamo molto insieme e siamo molto compatibili. A livello di scrittura Diego mi piace molto perché è molto rozzo ed è molto legato alla musica stoner. Messi vicini risultiamo io un pochino più “femminile”, nel senso di meno tosta, e lui invece molto più presente. Abbiamo un modo di scrivere abbastanza simile: entrambi partiamo prima dal riff di chitarra e da linee molto blues e desertiche, avendo anche molti ascolti in comune. Poi io curo di più la parte vocale e meno quella ritmica, mentre lui fa più attenzione a quest’ultima, diciamo che è un po' più “batterista” di me. Per questo sembra che io sia più legata alla canzone mentre lui alla parte più strumentale.

2- Nella tua musica si sentono Pj Harvey, Siouxsie and the Banshees e la new wave, la polvere del blues, e i riti sciamanici degli indiani d'America. Che strada musicale hai fatto? Cosa ti ispira?
La mia strada musicale è diversificata e complessa. Ho studiato per tanti anni musica classica, partendo dal conservatorio e diplomandomi lì per quello che conta [ride]. In realtà sarei contrabbassista: ho studiato contrabbasso e sitar in conservatorio.
Contemporaneamente alla musica classica, forse per sfogarmi rispetto a quello che si “subisce” all'interno dell'ambiente classico, mi è sempre piaciuto tantissimo suonare ed ascoltare il punk e lo stoner, il mio gruppo preferito in assoluto sono i Kyuss. più che la New Wave che non mi ha mai attratto più di tanto, sono più della scuola punk e rock'n'roll: Jon Spencer, gli Oblivians, una scuola un po' newyorkese. Adesso ho dimenticato tutto della musica classica, se dovessi riprendere in mano gli spartiti che suonavo a quei tempi, probabilmente azzeccherei due note su dieci, ma è così che funzionano i percorsi di crescita musicale.

3- I titoli delle tue canzoni, così come le copertine degli album, hanno spesso richiami al mondo dei morti e simboli spirituali o massonici. Quanto conta la spiritualità in musica per te?
La spiritualità per me conta tantissimo, spiritualità intesa non come religione ma come percorso.
Secondo me la musica è pura spiritualità, nel senso che la musica richiede un certo tipo di percorso. La si può guardare dal punto di vista disciplinare, soprattutto si può vedere da un punto di vista di crescita e consapevolezza: ecco, per me la musica è consapevolezza e quindi sicuramente è legata a degli aspetti più sottili rispetto a quelli materici.

Per quello sono andata a richiamare quei simboli, senza voler entrare per forza in tematiche massoniche o in tematiche politiche, che sono più legati a un discorso di energie e di consapevolezza di quello che si è che si vuole.

© Fiorella Vacirca

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