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She's Gotta Have It | Netflix

She's Gotta Have It | Netflix

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Quando si nomina Spike Lee, diciamo che una serie TV non è la prima cosa che giunge alla mente.
Il regista americano però nel 2017 ha aggiunto al suo curriculum una collaborazione con Netflix per sviluppare quello che è stato il suo primo grande successo cinematografico: “She’s gotta have it” (in Italia intitolato “Lola Darling”).
Il film del 1986, ambientato a New York, racconta la storia della poliamorosa Nola Darling, pittrice di colore che naviga nei meandri della vita intessendo più relazioni contemporaneamente. Girato quasi tutto in bianco e nero, fu un vero e proprio trionfo al cinema e nei festival di settore.


A trent’anni di distanza, Mr Lee riprende in mano Nola e tutto l’universo che le gira intorno per filmare una serie da 10 episodi - questa volta a colori.
Nel reboot Nola non è cambiata poi molto: è ancora una pittrice oltre ad essere una bellissima ragazza di colore che afferma la sua identità e la sua cultura in continuazione, si diverte a rompere la quarta parete per rivolgersi direttamente al pubblico, è una femminista sessualmente libera, non ama le etichette e si circonda di persone stimolanti. La sua energia artistica passa attraverso il sesso e la sessualità, che Nola consuma in grandi quantità con i tre uomini che frequenta, tutti e tre bellissimi e molto stereotipati: c’è Jamie Overstreet, l’uomo d’affari ricco che un po’ la mantiene e un po’ no, c’è il famoso fotografo francese Greer Childs molto narcisista che non è abituato ai rifiuti e infine Mars Blackmon il ragazzo dall’età indefinita che parla in slang, è un po’ ignorantello ma una potentissima energia vitale. E poi c’è Opal, una bellissima (e quando dico bellissima non scherzo) ex amante di Nola che non l’ha del tutto dimenticata e che forse è l’unica traccia di relazione matura che abbia mai avuto.
Nola si destreggia fra queste relazioni che fanno un po’ da collante a tutta la serie: in realtà “She’s gotta have it” si muove fra diversi elementi e vorrei poterli spiegare tutti. Forse è meglio semplificare per macrotemi: quelli che balzano subito all’occhio sono il femminismo e l’autodeterminazione, che si sviluppano con la sessualità fluida ed emancipata di Nola e di come viene percepita dal mondo esterno, nel bene e nel male..

Poi c’è la cultura black, così ricca e profonda, eppure ancora intrisa di machismo e di possessività. Poi ci sono l’arte e la musica (con un omaggio tutto particolare e decisamente sui toni del viola a Prince), i grandi canali di trasmissione della protagonista che si fanno linguaggio diretto con gli spettatori, i loro traumi e le loro frustrazioni. Parlando di negatività, qui ci si può collegare al tema del trauma: l’assalto che Nola subisce mentre ritorna a casa dopo una festa a casa di un’amica. Anche se l’episodio non sfocia in nessun tipo di violenza sessuale, la protagonista ne rimane segnata e da quel momento in poi si attua una sorta di evoluzione rabbiosa ma catartica.
Insomma, Spike Lee butta in She’s Gotta Have It tutto quello di cui si sta parlando in questo momento storico. Ogni tanto, però, toppa: i personaggi maschili sono stereotipati e monodimensionali, mentre Nola è tanto sfaccettata quanto confusa e prevedibile; alcuni spezzoni di puntata sembrano puri riempitivi e tagliano un po’ il ritmo di quello che è, in generale, un prodotto godibile e intelligente.

© Fiorella Vacirca

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