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Fino all'osso (To the bones)

Fino all'osso (To the bones)

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Da bambini abbiamo paura dei mostri che escono dai piedi del letto quando siamo al buio.
Da grandi capiamo che i mostri che fanno davvero paura sono ben altri.
Sono quelli reali, quelli nascosti dietro la porta di casa e, soprattutto, quelli da cui pensiamo di essere tutti immuni.
Se fino a qualche anno fa ci hanno sbattuto modelle magrissime sotto gli occhi facendole passare come reale canone di bellezza suprema, oggi il fantasma dei DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) non può più essere ignorato e passato come “normalità”.
E ancora una volta ci ha pensato Santo Netflix con “Fino all’osso” (To the bone).

Ho titubato un po’ prima di approcciarmi alla visione per paura di star male.
È difficile rimanere impassibili davanti allo schermo, specialmente se è un fantasma che in qualche modo o forma si è incontrato faccia a faccia sul proprio corpo o sul corpo di qualche persona cara.

La trama non ha qualsivoglia colpo di scena, visto il tema principale non ci vuole molta fantasia ad immaginare lo svolgimento: Ellen, adolescente anoressica ricoverata per la quarta volta in un centro di cura, ricomincerà insieme ad altri pazienti il suo percorso di accettazione e inizierà a scalare la montagna del suo disturbo.
Le immagini sono forti e gli attori sono perfetti, specialmente Lily Collins (ammetto che fino ad oggi ho provato avversione verso le sue sopracciglia perché mi distraevano da ogni visione per la loro bruttezza, poi diciamocelo senza girarci intorno: Biancaneve? Osceno. E cito solo questo perché non è che si possa citare qualcosa di meglio della sua scarsissima filmografia).

Dicevo. Lily Collins veste perfettamente i panni della protagonista. Riesce a dare un volto perfetto al fantasma, le espressioni del viso, le battute taglienti, la fragilità del corpo e dell’anima, l’essere consumati dal mostro. Molto bravi anche gli altri attori seppur marginali, come lo stesso Keanu Reeves nei panni del dottore direttore della struttura.
Il risultato funziona. Tocca bene le delicate corde del problema, lo mostra senza girarci attorno e con un po’ di quella crudità necessaria, ma senza esagerare.
Credo che lo dovremmo guardare un po’ tutti, a prescindere, per sensibilizzarci e per capire che sono problemi che esistono e sono vicini più di quanto immaginiamo. Ci sono ancora troppe teste sotto la sabbia e troppi aghi della bilancia come nemici principali.

Sono pochi i film o le serie TV che si lanciano su argomenti del genere e che lo fanno bene senza uscire dai confini dell’esagerazione.
Ne voglio citare almeno due che tutti conoscete o dovete conoscere (dovete, sì. È un ordine).
Il primo è “Ragazze Interrotte”, a mio parere un capolavoro del cinema degli anni passati. Certo nessuno starà qua a fare stupidi paragoni fra Winona Ryder (la Jolie manco la nomino perché in quel film è OLTRE) e Lily Collins, perché i disturbi affrontati sono sensibilmente diversi, ma lo spunto preso da questa pietra miliare è abbastanza evidente sia nell’approccio di conoscenza fra i vari personaggi sia in un frame che (sempre a mio parere eh) è addirittura citazionistico. Non spoilero nulla, ma chi non ha pensato ai polli di Daisy quando si vede la busta sotto al letto in “Fino all’osso”? Eddai su!

Il secondo è invece una serie TV britannica “My Mad Fat Diary” che, purtroppo, non ha spiccato il volo che meritava. Vi consiglio di procurarvela insieme a parecchi fazzolettini, perché oltre ad avere una colonna sonora da paura è anche un’ottima finestra su disturbi alimentari e di depressione affrontati con rara sensibilità e una buona dose di leggerezza (spoiler: si piange a TUTTI gli episodi ugualmente. Si ride e si piange, quindi alla fine ricoverano pure voi. Chiedete una stanzetta accanto alla mia così ci salutiamo dal muro!).

E dunque, trovate il coraggio di vederlo, perché è vero che fa male ma è anche vero che non c’è strada in discesa che porti alla meta. Le salite sono fatte apposta per sperare e trovare la forza di farcela e no, non è e non deve essere mai facile.
Ma è l’unica via da prendere, ché la vita è una sola, per quanto possa suonare banale.

© Giulia Cristofori

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