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Ho visto Thom Yorke | Un racconto

Ho visto Thom Yorke | Un racconto

 

“I am not who you saw
You wouldn’t like me when I’m angry”
(Thom Yorke)

 28 Maggio 2018 | Firenze

No, non conosco niente della musica che ha fatto da solista, niente nemmeno degli Atoms for Peace, che non so da quale tipo di costola dei Radiohead siano usciti fuori.
Nessun brano, solo qualche groove beccato qua e là e per caso in rete.

Arrivo al concerto, tabula rasa lo confesso, ma so che mi posso fidare di lui. Lo dico a quel tipo in coda accanto a me quattro ore prima dell’evento che io ho ascoltato solo i Radiohead, (RH da qui in avanti), dal 1993, quando non se li filava nessuno, li ho visti alla Flog, che dista da dove mi trovo adesso nemmeno due chilometri in linea d’aria, un’altra era, venticinque anni prima, quando anche io ero un weirdo, come lui urla in Creep.

Conobbi i RH sull’onda emozionale del pugno allo stomaco di quel brano che ascoltai la prima volta in una trasmissione radiofonica pomeridiana della Rai.
Gli dico che mi fido di lui come ci si può fidare di un caro amico, uno al quale potresti tranquillamente lasciare le chiavi di casa o dell’auto, uno che faresti uscire a cena tranquillamente con la tua ragazza o tua moglie, uno che, per quanto evidentemente stavo aspettando quella serata, avevo sognato tre notti praticamente disteso sopra il tavolo di un bar vicino casa mia, completamente ubriaco, ma questo non glielo dissi.

Ci hanno incolonnati in mezzo a due balaustre piantate in mezzo alla strada che bloccavano il traffico per accedere al teatro.
Saremmo stati non più di mille ma c’era un bel caos: pensate a un concerto di Thom Yorke in un teatro neoclassico in centro città, con la fila che si addensa a ridosso dell’ingresso in una stretta strada medievale all’ora di punta.
Mi sono guardato intorno: sotto la pensilina dell’ingresso illuminata al neon, che faceva molto anni 70. Mi sono visto circondato dalla stessa genìa di hipster dei concerti dei RH, vegani alimentati solo a radici, semi di soia e taufu, ventenni apolitici del tutto inoffensivi con le magliette di greenpeace. Le ragazze, sempre troppo magre e spettrali, anonimi trentenni con un filo di barba con magliette nere come la mia che cercavo di mantenere sempre quella loro aria un po’ emaciata e sofferente.
Non come nei concerti della band al completo dove ci si possono mimetizzare nella massa, dove puoi incontrare anche intere famiglie, avvocati, architetti, medici, chissà forse anche chirurghi plastici per le ragazze negli anni 80 e professionisti navigati di ogni genere, oltre a muscolosi ragazzi di borgata che se ne fregano altamente del vegan e nell’attesa addentano corposi hot dog alla piastra nei banchi ristoro fuori dalle arene polverose.

Per ingannare l’attesa della fila ho attaccato discorso con il mio vicino che mi ha chiesto quante volte avessi visto TY e i RH dal vivo e da dove venissi, cose semplici come fra sconosciuti in qualsiasi altro luogo che non fosse l’attesa a un concerto potrebbe essere parlare del tempo che fa. Gli ho detto che venivo dalle colline lì vicino, pochi chilometri in linea d’aria e che ero stato sempre stato penalizzato nel seguire dal vivo i miei idoli e TY in particolare, perché non viaggio sui mezzi, di nessun tipo, né auto, né treni, tantomeno aerei, forse per il trauma seppur inconscio che ho avuto da molto piccolo per un incidente d’auto dove ha perso la vita mia madre e per poco mio padre, mentre io ancora praticamente in fasce, uscii miracolosamente illeso.
Pensavo in quel modo di giustificare il mio mood e la giusta presenza lì assieme alla devozione per dio Thom.
Ho continuato sottolineando la mia ignoranza sul TY solista, rispondendo alle sue sollecitazioni, dicendogli che non me fregava niente se ora faceva solo dei grandi dj set e di tutta quella roba elettronica e sperimentale che sembrava mettere nei suoi suoni ultimamente, di tutti quelle campionature, dei tambureggiamenti ossessivi delle drum machine e di tutti quei rumori da flipper che metteva in brani dilatati allo spasimo.  Ho aggiunto che avevo semplicemente sentito dire riguardo la sua carriera da solista che sembrava che amasse profondamente tutta quella roba jungle, trip hop e dub che i RH non gli permetterebbero mai, che forse quella era la sua vera vocazione. Cercavo insomma di dire la mia e ci tenevo ad apparire strano come avevo sempre ritenuto fossero in fondo tutti i fan dei RH, parlandogli di improvvisi tremori che mi si manifestavano all’ascolto di Like spinning plates e dicendogli che ero lì, non conoscendo un solo singolo brano, semplicemente per seguire le psicoevoluzioni di uno come lui che pure lui di fantasmi doveva averne tanti. Uno che ha un rapporto privilegiato con gli spiriti, cercando di far breccia nella comprensione del mio simile.

Due ore dopo ero nel foyer del teatro. La cosa più bella dell’assistere a un concerto, soprattutto se esclusivo, avanguardistico, di un’artista per il quale esiste un vero e proprio culto come TY, oltre al dato musicale e artistico della faccenda, è trovarsi con persone come te che condividono l’amore per la stessa musica, gli stessi atti, pensieri, opere e omissioni dei propri beniamini che nel caso in questione i più morigerati considerano un genio assoluto, i più radicali una divinità, fino ai casi più estremi che vedono in TY dio in persona.

È come trovarsi in una confraternita che sconfina in una setta, persone che acriticamente non sono in grado di svincolare l’uomo che hanno di fronte da quell’essere prodigioso capace di generare quei suoni vedendolo quindi come una persona del tutto comune, ovvia e forse insignificante. Il foyer del teatro pullulava di tutta la confraternita in attesa che la sala venisse aperta da lì a poco. Centrifugati, succhi di frutta e acqua minerale avevano la netta predominanza su ogni tipo di bevanda alcoolica nelle vendite del bar da dove, dietro il banco in stile tardo ottocentesco, svettavano delle piacenti ragazze non contaminate dalla psichedelia e dai digiuni.

Entrato in sala, dal balconcino assegnatomi, gettando uno sguardo verso il palco capii che la parte musicale della serata non sarebbe stata nemmeno la più importante e avrebbe dovuto fare i conti con quella visuale, concettuale, chissà forse anche olfattiva, cercando di capire in quale zona cosmica ci potessimo trovare.
Cinque grandi pannelli posti a semicerchio come dei monoliti delimitavano lo spazio dell’allestimento. Su quei teli verticali sarebbero state riversate le immagini create dalla mente di Tarik Barri, l’artista visuale che accompagna TY e che con l’ausilio di un software da lui creato, avrebbe lì rimandato ora vortici, ora spirali, ora tentacoli, raggi colorati e ogni sorta di iconici fratti di realtà extracosmiche e pixelature di esplosioni primordiali che seguono il suono che esce dal laptop di Nigel Godrich, il guru del guru TY. L’allestimento di quell’astronave di imbastiti era costituita da due consolle, quella del laptop di Nigel che accompagna da sempre come la vera eminenza grigia tutta la vita dei RH, lui carica lì i beat e le basi, quella di TY che fa la spola fra la loop station dove alterna i suoi smaneggiamenti alle danze sgangherate di un posseduto e le sue ribalte sul proscenio, una tastiera sul fronte palco e la postazione del visual artist, il genio delle immagini.

La sensazione quando inizia il concerto di un tuo idolo musicale è sempre quella di non essere completamente lì. È come se l’asse della terra con te dentro si spostasse un po’ più in là. Questo è stato ancora più vero nel caso specifico, nel fatto di trovarmi davanti a TY, un’artista che è in grado di scrivere una poesia in musica su un airbag o parlare delle più profonde umane angosce usando la metafora di un uomo bloccato in un ascensore, la stessa persona la cui voce avevo ascoltato per la prima volta nel lamento straziato di Creep venticinque anni prima, colui che avevo perso di vista per alcuni anni nei fulgori della mia gioventù balorda, per poi ritrovarlo poco dopo l’inizio del nuovo millennio parlare alla mia anima in Fog, una semisconosciuta b side di Amnesiac che parla di un bambino intorno a una casa che non se ne va mai, dell’ infanzia, quel luogo fatato al quale tutti noi vorremmo fare ritorno e che ci è sempre negato.

Una ferita di luce nel buio fra i pannelli ha accompagnato l’entrata in scena nella penombra del palco di Nigel Godrich e TY che timidamente hanno salutato l’acclamazione sguaiata da vero concerto da arena rock, a suo modo fuori posto per quel luogo e quella liturgia. Il ritmo lento e sincopato delle basi ha introdotto la voce di Thom che nell’apertura di Interference ci dice che “ci guardiamo negli occhi come taccole, come corvi e il terreno può anche aprirsi sotto i nostri piedi in un istante ma io non ho il diritto di interferire”, quasi un programma per la serata che è proseguita subito dopo con Brain in a bottle che è in realtà come tutti dovranno sentirsi per l’ora e quarantacinque minuti di quel concerto.

Chissà dove se ne era andato il mio vicino di fila di tre ore prima e quali impressioni si stava scambiando con il suo amico venuto da Roma. Avrei dovuto confessargli che una roba del genere, con quei suoni che sembravano venire direttamente da un’astronave aliena alla deriva o dalla sala server centrale di un data center, sarebbe stata più adatta a un hangar dismesso del vecchio aeroporto o a un capannone asettico affittato per l’occasione nell’area del polo della logistica, con gente che potesse ballare sfrenatamente e non tutti lì fermi, quasi coscritti in bilico fra la sensazione dell’abbandonarsi all’anima rave della serata e la stasi dell’ascolto di quella techno meditativa di TY sulle poltrone in velluto rosso, come dei baccalà. Gli avrei detto che era come se ci fosse una frantumazione della musica stessa e del suono che collassa su se stesso fino a estinguersi del tutto in una profezia alla John Cage, dove gli unici suoni sarebbero diventati i brusii e il tossicchiare del pubblico in attesa di assistere a qualcosa, o nel peggiore dei casi in qualche urlo sguaiato di qualche nerd arrabbiato e aggressivo, sicuramente un qualche infiltrato lì convenuto su missione speciale di qualche sistema di controllo, una polizia del karma oppositiva. Alla fine del concerto avrei anche detto al mio vicino di fila che il prossimo album che avrebbero dovuto fare i RH potrebbe essere stato completamente ambient, in modo che Thom fosse finalmente appagato e non rompesse più i coglioni per fare cose per conto suo. Ascoltando una cosa come Pink section e Nose grows some è più che legittimo il sospetto che il sogno di TY sia sempre stato quello di realizzare un album totalmente ambient. Soprattutto gli avrei confessato alla fine del concerto che mi era sembrato di aver ascoltato tante Pyramid song, Idioteque, Kid A o Dollar&Cents e che alla fine forse i RH sono solo un’estensione di TY, rischiando di apparire eretico e facendo torto agli altri componenti della band. Avrei potuto azzardare che quei suoni scheletrici fossero le basi del nuovo album dei RH, come un fondo di cucina di un grande chef è la piattaforma da assaggiare appena di un’impareggiabile terrina o un di pasticcio emulsionato da tre forchette e record mondiale su una qualche rivista glamour da gourmet. Stava realmente maturando in me il sospetto che lui si divertisse a fare quello che non poteva fare con i RH e che il suo vero sogno da sempre fosse quello di destreggiarsi fra i primi Pink Floyd e la dub step dei dj del sud di Londra.

Naturalmente in un concerto, a meno di una padronanza assoluta della lingua nella quale avviene l’esibizione, non si pone mai un’attenzione primaria ai testi, tantomeno in uno spettacolo come quello che stavo seguendo che era un’impareggiabile e travolgente mescolanza di discoteca, arte visuale e danza. In casi come questi il rapporto coi testi è mediato da una ricerca successiva o a monte. I ritmi afro, i lampi di hardcore, le dilatate vette meditative sulle quali si innestava come proveniente da verdi vallate portata dal vento lungo le anse di un fiume, come sorvolando la voce di Thom, i suoi ululati, i falsetti, i guaiti di un castrato, di un efebo, dell’asessuato Thom, mi ricordava che lui, sì proprio lui mi ha sempre parlato con i testi delle sue canzoni, come quando in The tourist mi dice “ehi man slowdown…idiot slowdown”, come a ricordarmi, di rallentare la velocità mentre guido come un folle la mia auto, TY che a ogni ascolto di Let down, mi ricorda di “non essere sentimentale, perché finisce sempre in stupidaggini”, o che mi fa sentire il suo stesso disgusto in Fitter happier con i suoi ironici sermoni da yuppie sull’ ”essere più in forma, più sano e più produttivo, un maiale in gabbia sotto l’effetto di antibiotici”, o ancora come nella raggelante Analyse, la lacerata melodia del suo primo album da solista dove sembra parlare a un quasi cinquantenne come me che inizia fare un primo bilancio della propria vita e sentenzia “hai viaggiato molto e che cosa hai trovato? Che non c’è tempo per riflettere sulle cose, per darle un senso”.
Già…perché avevo celiato con il mio vicino di fila alla biglietteria sulla mia non conoscenza delle cose di TY da solista, senza un motivo apparente che non fosse forse quello di mantenere una distanza di sicurezza e avevo mentito sul mio non viaggiare sui mezzi per dei presunti traumi infantili, sul non muovermi mai dalla mia città, io che lo avrei seguito per tutte le date del tour, il giorno dopo a Milano e poi Zurigo, Berlino, Amsterdam e ancora oltre. A questo punto, avrei vuotato il sacco e avrei aggiunto che non avevo mai trovato nessun altro musicista che fa questo con le parole delle sue canzoni, in modo così forte e diretto e  aggiungendo che, per chi volesse avvicinarsi a TY, un modo indiretto e altrettanto affascinante sarebbe stato proprio quello di partire dai suoi testi.

La parte centrale del concerto ha mescolato momenti techno a intermezzi meditativi, tutto il concerto in effetti è stato un’alternanza fra un ascolto da meditazione, come fosse un vino vigoroso, forte e vellutato che ti scende lento nelle vene e un sabba elettronico da invasati. In ogni singolo momento c’è stata una sovrapposizione piano-voce-macchine, un flusso continuo di energia, abbandono, eccitazione e rapimento, un processo erratico di scrittura musicale automatica senza approdi mutuata da scritture e interregni in potenza. Brani mai editi, brani in dissoluzione che si sono mescolati con gli altri come in una dj session infinita, sconfinando uno dentro l’altro, in un continuum, senza lasciare il tempo al pubblico per il doveroso tributo, una catena ininterrotta di brani occulti o remixati tanto da renderli irriconoscibili, pezzi trip hop e jungle folleggianti come gli inediti Twist e Traffic fino a sfociare nell’ampio respiro della bellissima Saturdays con Thom che avanza misticheggiante verso il pubblico, quando molti giureranno di averlo visto fluttuare nello spazio sopra la platea dissolvendosi come già accaduto, secondo loro, durante l’ eterea esecuzione di Truth ray.

Dopo la superba e finalmente riconoscibile Cymbal rush i tre bis ci hanno preparato all’ite missa est. Il primo è stato un assoluto esordio, uno speciale omaggio di TY per l’amatissima Firenze, già dai tempi della sua lunga storia d’amore con l’ex moglie Rachel Owen, scomparsa pochi anni fa.

È il debutto assoluto di The Axe, seguita dalla ballata hippie elettronica di Atoms for Peace con i tiratissimi falsetti di Thom e il congedo, quasi un presagio per questi tempi fallimentari con Default, sempre elettrizzante ed epica.

Nemmeno il tempo come Chisciotte sul letto di morte che dice a Sancho: “scordati tutti quei vagheggiamenti, ero pazzo”…e Sancho che piange. “Ma io ti adoravo allora! solo un altro viaggio!”. Neanche il tempo per chiedergli un altro pezzo che è sparito dietro i cinque pannelli ora completamente neri e destinando tutto questo a diventare forse solo memorabilia, con la copia del biglietto conservata gelosamente, con la copia autografa di un cd o un biglietto con uno strano disegno con dedica, o forse ancora con qualcosa di scritto che non lo lasci svanire. Tutto termina con l’omaggio conclusivo del pubblico finalmente tutto in piedi a ringraziare Thom e lui che a mani giunte ringrazia il pubblico. Bello pensare che l’arte generi solo questo scambio di gratitudine. Per il resto su quell’ora e quarantacinque minuti è calata una tenebra indecifrabile.

Forse è stata solo un’installazione multimediale di arte contemporanea nella mia mente, con TY disteso sul palco, un po’ come l’ho visto nel sogno nel bar vicino casa, con lui che rimanda sui cinque pannelli linee e colori al ritmo dei suoi ormai flebili stimoli cerebrali e io ancora che rifletto se il Thom Yorke di quella sera fosse solo un suo alias o se potessi in fondo essere io.

  Scaletta
  1 - Interference
  2 -  Brain in a Bottle
  3 - Impossible Knots
  4 - Black Swan
  5 - The Clock
  6 - Not the News
  7 - Truth Ray
  8 - Traffic
  9 - Twist
10-  Saturday
11 -  Pink Section
12 - Nose grows some
13 - Cymbal rush
14 - The Axe
15 - Atoms for peace
16 - Default

© Simone Bachechi

 

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