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Due chiacchiere con Lunarbaboon

Due chiacchiere con Lunarbaboon

Giovedì 29 Marzo 2018, appuntamento a Milano, alla libreria Tempo Ritrovato Libri , in zona Brera. Ora, dovete capire che Milano per me (Fiorella) è un labirinto insensato di traffico e persone strane, è una città che mi regala intense emozioni contrastanti. Quale posto migliore allora per incontrare un autore che ammiro molto e che è quasi venerato da mio fratello?
La squadra di spedizione CrunchEd, composta appunto dalla sottoscritta e dal fratellone, si è coraggiosamente avventurata nella Grande Mela Meneghina per incontrare quello che è uno dei più prolifici fumettisti online, ovvero Lunarbaboon, al secolo Christopher Grady, in Italia per promuovere “Vita da genitore”, la sua prima pubblicazione ufficiale con una casa editrice, la Beccogiallo, che ha l’occhio lungo e comprende perfettamente le tendenze dei fumettisti online, ha dato fiducia a Lunarbaboon (ma non solo, nella loro scuderia figura anche la più conosciuta Sarah Andersen).

Incontriamo Christopher a Tempo Ritrovato Libri, una piccola ma deliziosa libreria in uno dei quartieri più giovani, vitali e hipster di Milano. Lunarbaboon è un ragazzone americano trapiantato a Toronto, che indossa il suo inseparabile berretto da baseball e ha un sorriso dolce e rassicurante. Ci sediamo di fianco a un pianoforte verticale all’interno della libreria, chiacchieriamo di graphic novel per bambini, sciogliamo il ghiaccio con qualche battuta e qualche convenevole sul quanto ci faccia piacere conoscerlo e poi cominciamo la vera e propria intervista, pensata e ripensata per diventare migliori amici.

--  Per chi scrivi? Per chi sono le tue storie? Sono nate per raccontare i tuoi pensieri, far divertire o riflettere qualcuno o nascono come una sorta di terapia personale, come una via di fuga dalla realtà?
Parlo molto di questo argomento ultimamente. Ho iniziato così: avevo un piccolo quadernetto, mi era stato suggerito dal mio terapista. Non stavo molto bene in quel periodo, ero triste e depresso e lui mi ha suggerito di scrivere un diario. Ma io preferivo disegnare, non mi ritenevo un bravo scrittore. Lui mi ha dato l’ok per disegnare quello che sentivo e io ho sempre amato i fumetti: Superman, Spiderman e così via; allora ho cominciato a mettere su carta quello che mi succedeva di negativo o triste durante il giorno e ho cominciato a cercare dei modi per trasformarlo in una strip, però lo facevo solo per me. Mi piacciono molto i film e penso che i fumetti siano una sorta di pre-film, uno storyboard; quindi nella mia testa stavo creando dei cortometraggi riguardanti cose che cercavo di rendere divertenti, che mi facessero ridere anche se partiva tutto da situazioni che nella vita mi rendevano davvero triste e depresso. Quindi mi chiedevo se ci fosse qualcosa di divertente a riguardo, se ci fosse qualcosa di buono che potevo trarre da quella situazione. Continuo a cercare di fare lo stesso anche ora, di disegnare per me stesso. Ogni tanto ho un’idea tipo: “sai cosa? Questa idea piacerà a tutti” ma per la maggior parte i miei fumetti girano intorno all’ansia e alla depressione quindi io cerco di crearli per me stesso. Quello che ho capito in questi anni è che se disegno per me stesso, ha un maggiore significato anche per gli altri, tutto è più autentico e onesto. Infatti quelli sono i fumetti che funzionano di più e che fanno dire alle persone “stai parlando di me in questa vignetta” e mi piace. Mi piace sapere che la mia sofferenza e il mio dolore siano tipici miei ma che sono anche qualcosa di universale e che ci sono altre persone che hanno a che fare con gli stessi problemi. Ho capito che se mi concentro di più su di me quando li pubblico, più persone possono trarne qualcosa.

-- Cosa ti ha spinto a pubblicare online i tuoi disegni? 
Avevo un piccolo quaderno che ho riempito di disegni in 6 mesi, era la prima volta che mi succedeva e nella mia testa era come se avessi scritto un libro, e mi sentivo molto orgoglioso. Molte volte diciamo “voglio imparare a cucinare”: ci mettiamo sotto, impariamo e poi smettiamo. Questa è stata la prima cosa nella mia vita sulla quale sono rimasto concentrato. L’ho fatto ogni giorno, o un giorno sì e uno no. E volevo mostrarlo alle persone, ne ero così orgoglioso, così ho cominciato a farlo vedere agli amici, alla famiglia e tutti dicevano “dovresti proporlo a qualche testata” ma non penso che funzioni così e infatti ora la gente preferisce postare i propri lavori online. Quindi con un amico ho creato il sito Square Space, scannerizzando il mio quadernetto e mettendo le pagine online. Non so come sia successo ma hanno cominciato a diffondersi al di fuori della mia famiglia. Ad un certo punto ho capito che all’inizio cercavo di avere accessi al mio sito, poi ho iniziato a postare i fumetti ovunque, senza i link. E visto che non è il mio lavoro, non cerco di farci dei soldi, ero e sono tranquillo se le persone decidono di condividerlo, salvarlo e già solo quello ha permesso di rendere il tutto virale, soprattutto i fumetti sull’ansia, sulla depressione e anche sull’essere genitori. 

-- Probabilmente questo è successo perché le persone hanno bisogno di parlarne e di sapere che non sono le uniche a sentirsi in un certo modo.
Certo, e penso che per quel che riguarda i fumetti, le persone si aspettino che siano divertenti, ma molti dei miei fumetti non erano divertenti ma ci si poteva immedesimare, e penso che alle persone piaccia proprio questo. Non lo sapevo, ma quelli di facile immedesimazione venivano condivisi di più, soprattutto per quel che riguarda le relazioni: io e mia moglie, io e mio figli, io e qualcuno, bastava che ci fosse una collegamento con qualcuno. Le persone avevano il desiderio di dire “questo è esattamente come mi sento nei tuoi confronti”. Per me era surreale ma anche speciale che queste piccole cose che stavo disegnando per me improvvisamente erano diventate comprensibili agli altri.

Inoltre i fumetti si possono considerare una sorta di linguaggio universale, se una persona può mostrare visivamente ad un’altra ciò che sta sentendo.
Per me è questo è molto importante e ho iniziato perché non mi piace scrivere molto, preferisco le immagini, provando a iniziare senza usare parole. C’è una vignetta in uno dei primi libri che ho pubblicato, volevo fare un fumetto con solo una parola per vignetta. Mi pare che sia su di me mentre cerco di dire a mio figlio di seguirmi e si sa che i bambini non vogliono mai fare niente di quello che dicono i genitori. C’è una parola per vignetta, e nella mia testa funzionava ed è stata una delle prime ad andare molto bene. A quel punto ho capito che mi piaceva l’idea di giocare con l’assenza di parole e di creare solo immagini, quindi iniziando a concentrarmi sulle sensazioni e su quello che sentivo e per qualche ragione questa idea è andata molto bene anche a livello internazionale e lo faccio ancora. A volte posto qualcosa e ha troppe parole e penso che forse non ci ho lavorato abbastanza. Allora lo finisco e poi lo rifaccio ma senza parole, chiedendomi cosa devo cambiare per dargli lo stesso significato.

-- Quindi è questo il tuo processo creativo?
Sì, io parto sempre da un’idea e la disegno con tutte le parole che mi servono. Poi la rifaccio una seconda volta con meno parole e magari anche la terza volta, ma senza parole. E se senza parole funziona nella mia testa, allora penso che vada bene. Le idee che abbiamo sono sempre molto prolisse, ma penso che le persone su internet non abbiano voglia di leggere molto. Le persone sui social sono un po’ pigre, soprattutto se devono scrollare il proprio feed, vogliono trovare qualcosa di breve ed immediato, da condividere subito.

Che è un po’ strano, se ci pensi.
Penso che il cervello umano sia come un po’ bloccato, in questo contesto.
Ma con i fumetti è diverso, hai le immagini che prendono il posto delle parole e va bene così.
Il mondo dei fumetti è un po’ complicato: con alcuni fumetti guardi le immagini - e sono bellissime - e voi guardare ogni vignetta, la vuoi osservare a fondo, mentre con altri vuoi solo una buona storia ma che sia veloce. Penso che sia davvero complicato. Questo vale anche con i libri per bambini - io sono un’insegnante - se apro un libro per bambini e ha molte parole non glielo leggo. O per lo meno so che l’interesse dei miei studenti svanisce subito. Vogliono qualcosa di veloce e divertente, nel quale si possano immedesimare, ma se è una storia lunga va bene se è la loro madre a leggerla prima di andare a dormire. 

Quanti anni hanno i tuoi studenti?
Insegno a bambini dai 4 ai 10 anni, a Toronto. La mia scuola in particolare ha una gran numero di immigrati, quindi molti di loro non parlano l’inglese. Cerco di non usare le parole e penso a come io possa insegnare loro usando il minor numero di vocaboli possibili, quindi magari usando qualcosa di visivo o qualcosa di manuale perché se mi metto a parlare sono sicuro che si chiuderanno e perderanno interesse in in un minuto.

Lo sanno che sei un fumettista?
Fra quelli più grandi sì, qualcuno lo sa ma a quell’età non gli interessa. 

Quindi non hanno mai letto niente di tuo?
Forse uno o due di loro, negli ultimi 5 anni mi ha detto “Ho visto i tuoi lavori online”, ma davvero non gli interessa.

Ti piacerebbe però che tornassero da te fra, diciamo, 5 anni e che ti dicessero che hanno letto i tuoi lavori?
Certo, magari quando saranno più grandi mi piacerebbe che mi dicessero che li hanno letti e che magari li hanno trovati d’aiuto in un momento di bisogno, ma per quel che riguarda i miei studenti ora no, preferisco di no. Penso che i ragazzini immaginano gli insegnanti come dei vampiri che escono dalla scatola in cui vivono al mattino, con l’inizio delle lezioni, e tornino in quella scatola al suono della campanella. Penso che per loro abbia senso pensarla così e non considerare che si possa avere tutta un’altra vita. Un po’ come quando sei un bambino e non pensi ai tuoi genitori come a delle persone, come a qualcuno che ha una vita a prescindere da te.


-- Pensiamo ad uno scenario alternativo: se non ci fosse stato internet, pensi che i tuoi fumetti sarebbero stati diversi?
Bella domanda. Mi piace che internet abbia permesso a persone come me di pubblicare. Prima dovevi conoscere qualcuno oppure dovevi avere abbastanza fortuna da essere letto da qualche editore, potevi essere il migliore nel campo e nessuno ti avrebbe letto. Penso che internet ci abbia dato un luogo in cui tutti possono pubblicare qualcosa e le persone possono leggerlo e apprezzarlo. Internet non è proprio perfetto, diciamo, ma è anche un posto molto speciale, anche dal punto di vista dello sviluppo del genere umano, specialmente per gli artisti, ma ha sicuramente cambiato il modo in cui scrivo. All’inizio disegnavo storie da 16 vignette, poi sono passato a 8, poi a 6, semplificando la mia scrittura. Nel corso degli anni ho capito che volevo ridurre il più possibile le vignette in funzione di internet, sono cosciente che se oggi posto qualcosa con 16 vignette nessuno lo leggerà, o meglio di sicuro qualcuno lo leggerà ma raggiungerà meno persone. Penso che questo sia un problema e anche una cosa buona sotto diversi punti di vista: quando crei qualcosa, non va limitato a quello che vogliono le altre persone e cerco sempre, per lo meno nei contenuti, di restare fedele a quello che creo per me, ma di sicuro la cornice dei miei lavori si è ristretta, proprio per internet. Spero di non dover arrivare al punto di smettere di creare in questo modo, solo per via di internet, ma in qualche modo credo che un po’ si sia obbligati a farlo, forse bisogna solo trovare l’equilibrio.

 -- Hai un social network di preferenza con il quale ti piace interagire con i tuoi fan?
I social network sono diversi fra di loro. Di Twitter mi piace il poter interagire con altri artisti e l’aver conosciuto tantissime persone che sono poi diventati miei amici. Instagram è il più nuovo e mi sembra che stia crescendo in frettissima. Su Instagram le persone sono amichevoli. Facebook è figo perché la maggior parte dei miei follower è lì, ma va bilanciato: ci sono i commenti negativi che non mi piacciono, ovviamente. Cerco di non interagire molto in quel caso, la cosa positiva è che se qualcuno scrive qualcosa di cattivo, ci sono un sacco di persone pronte a difendermi. Reddit invece è quello che mi ha fatto cominciare e per me è anche quello più difficile, ma sono stato fortunato perché mi hanno condiviso in tanti. Se dovessi sceglierne uno, direi Instagram. Facebook è quello che più viene citato anche dalle notizie e questo non mi piace molto, mentre infine, trovo che su Twitter ci si possa connettere con persone che più ti somigliano. 

-- Qual è il tuo rapporto con la musica e che tipo di musica ascolti quando rifletti su nuove idee? 
Mi piace tantissima musica diversa. Ultimamente ascolto molto hip-hop. Mi distraggo facilmente e se la musica mi aiuta a restare fermo sulla sedia, allora va bene. Penso che l’hip-hop, in un maniera un po’ particolare, è una sorta di autobiografia dell’autore, un po’ come i miei fumetti. So che il contesto in cui sono cresciuto io è diverso da quello dei rapper, ma in qualche modo c’è qualcosa di simile. Altre volte invece metto su musica classica o da meditazione, ma per ora hip-hop.

 -- Chi ascolti in questo periodo di preciso?
Al momento mi piace molto Kendrick Lamar, il suo ultimo album lo avrò ascoltato un milione di volte, ora ha fatto anche la colonna sonora di “Black Panther”.
Ammiro quanto lui riesca a creare, sembra che non si fermi mai. Il suo cervello si starà sciogliendo! Ecco, mi sembra che la sua non sia solo musica ma anche arte, è quello che apprezzo di più ultimamente.

-- In una intervista hai menzionato che vorresti scrivere una graphic novel sul nome di tuo figlio (Moishe). Puoi raccontarci qualcosa a riguardo?
Oh mio dio sì! Ne stavo parlando recentemente perché è qualcosa che voglio fare veramente tanto. Voglio fare una graphic novel lunga, questa è un'idea che non ho ancora abbandonato. Mio figlio si chiama Moishe, che è il nome Yiddish per Mosè, in onore del nonno di mia moglie che è un sopravvissuto dell’olocausto. Io non sono ebreo, lei sì però, ed è un nome che ha un significato, a differenza mia, che mi chiamo Chris, e dei miei parenti, che hanno scelto nomi perché gli piacevano, e non per il significato.
Mio figlio porta il nome di una persona che ha una storia precisa che per me è eccezionale: il suo bisnonno è sopravvissuto a una delle cose più difficili della storia della razza umana e lo vogliamo ricordare per quello e vogliamo che nostro figlio lo ricordi.

 -- E la graphic novel vorresti che girasse intorno al nome o che raccontasse la storia dietro al nome?
L’idea è di ambientarlo al giorno d’oggi, facendo girare la storia intorno a mio figlio che comprende l’origine del nome ma anche con il confronto con il suo antenato che è sopravvissuto a questa tragedia. Confrontare quello che succede a noi con la tragedia di Auschwitz, ci fa capire che - anche se non ce ne rendiamo conto - siamo veramente fortunati. C’è forza nel nome di mio figlio e non voglio abbandonare questa idea. Non so quando avrò il tempo di farlo: al momento lavoro per Webtoons, magari quando si stancheranno di me potrò avere più tempo. 

-- Questa è una domanda un po’ sciocca, ma devo fartela: hai mai pensato di creare un fumetto su un babbuino lunare? (Lunar baboon)
(Ride) Ho pensato di creare un libro per bambini a riguardo. Quando ero più giovane volevo scrivere libri per bambini, e diventare insegnante è avvenuto solo negli ultimi anni. Chissà, magari tornerò alle mie radici, quando le mie idee torneranno ad essere storie più lunghe mi piacerebbe riconsiderarlo. 

-- Hai cominciato a pubblicare i tuoi libri con Kickstarter. È stata una scelta voluta o è una sorta di conseguenza per il rifiuto di qualche editore?
No, non ho mai neanche pensato di mandare i miei lavori agli editori. Ad un certo punto avevo disegnato così tanti fumetti che volevo creare un libro. Avevo visto qualche kickstarter e avevo deciso di farne uno anche io, impostando come goal finale una cifra piuttosto bassa, una cosa come 12000 $ ed ero sicuro che l'avrei raggiunto l’ultimo giorno. Non avevo idea, ma dopo poche ore ho raggiunto la cifra e l’ho anche superata. Con cose come kickstarter passi il tempo a guardare il telefono, controllare che la cifra sia stata raggiunta. Poi finisce il mese di raccolta fondi e pensi “oh no, ora lo devo fare veramente!”.

Sono stato fortunato perché ho scoperto Print Ninja che ha stampato i libri ad un buon prezzo, soprattutto avendone ordinati molti. Alla fine mi sono trovato con scatole e scatole di libri, le persone ordinano ancora adesso le mie prime raccolte. Ogni tanto penso di chiudere la vendita, non essendo un distributore io stesso mi rendo conto che è decisamente meglio avere qualcuno che lo fa per te. Con la casa editrice Beccogiallo è diverso, se ho un’idea li contatto, gli chiedo se la vogliono, inizio a lavorarci e tutto il lavoro più difficile lo fanno loro.

-- L’italiano è la prima lingua in cui viene tradotto il tuo lavoro?
È la prima volta che una mia raccolta viene pubblicata da un editore vero e proprio, e Beccogiallo è il più intelligente di tutti (fa l’occhiolino). Spero che succeda ancora.

Alla fine dell’intervista, dopo un paio di foto di rito e ancora qualche risata, gli abbiamo regalato una spilletta di Crunched che ha subito attaccato alla sua borsa e una scatola di Krumiri originali, promettendogli che il sapore lo avrebbe mandato in orbita, facendolo sentire un bambino felice.

© Fiorella Vacirca & Riccardo Vacirca

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